mercoledì, novembre 28, 2007

Lettera al mio compagno di banco sul design - di Flavio Toccafondi

Con “allora” non si può cominciare una lettera ma io di errori ne voglio fare tanti e allora ti parlerò del design e della Mesopotamia e occuperò tutto lo spazio necessario della mia rubrica per discorrere di latta e cavalli a dondolo, di maschere cinesi e aquiloni croati; ti parlerò delle nazioni e delle targhe delle macchine francesi; ti parlerò di divani un tempo per due persone, sebbene posizionati in case enormi e in salotti quasi sempre chiusi e dei divani di oggi, per sei o sette persone eppur situati nelle nostre minuscole casette di sessanta metri quadrati dove perlopiù viviamo soli.
Dirotti di me, di come me la passo e dei rovesci tropicali di questo inizio estate. Dirotti di questi piccoli doloretti muscolari che mi prendono la sera tardi e della gioia di aver abbandonato ogni lettura, non potendo nella vita leggere tutto. Quindi, tanto vale niente.

Ho difatti la sensazione di essere arrivato a un punto morto, parlo naturalmente di scrittura; in poche parole non ho più voglia, più spinta, più necessità di scrivere, e questa cosa qui me la vivo come una liberazione.
Come ben dici, o come forse invento ora ma tanto so che potenzialmente lo potresti pensare, la scrittura è stata per tutti questi anni una trappola che oggi finalmente abbandoniamo senza rimpianti, senza troppo dolore per questo amore spento e trascinato da noia e abitudine. La nostra bella donna si è, a un certo punto, rattrappita.
La scrittura, per me, è stata l’unica forma di amore di cui sono stato capace e dunque, citando Pazienza, se “amore è tutto ciò che possiamo ancora tradire”, oggi posso infine allontanarmene senza grandi sensi di colpa: ho amato.

Come noterai scrivo queste righe con un distacco esemplare, senza coinvolgimento, da persona saggia che ha elaborato l’abbandono. Anche perché, debbo ammetterlo, ho già canalizzato le mie energie in un settore molto più creativo e soddisfacente: il design.

“Ceramiche XXX. Dentro casa. Fuori dagli schemi”, dice uno slogan pubblicitario e da qui potremmo partire per dire del concetto di architettura e casa.
Perché sai, Fil, la casa è per sua natura schema, organizzazione geometrica di spazi; la sveglia che suona è quel preludio a una matematica assegnazione di ruoli e tempi, atto preciso e nevrotico dell’ipotetico direttore d’orchestra (qui quasi sempre incarnato da una madre) che fa partire la sinfonia.
Ecco perché per parlare di architettura e design necessariamente bisogna pensare a case vuote, in partenza possibilmente bianche. E per averle tali bisognerebbe sterminare le famiglie, negazione di ritmi e silenzi, occupatrici di altrimenti calme piatte. Quelle famiglie sporcatrici di muri e delittuose schizzatrici di sugo sulle mattonelle, per terra, o sul parquet, ahimè.
Vedi Fil, lasciatelo spiegare, per fare del buon design bisogna rompere un fronte, collegare le peggiori forme, sedersi sul divano con una gamba su un bracciolo e aspettare un’immagine da comporre, alla quale poi assegnare uno spazio e un ruolo. Come vedi la nascita del design ha molto a che fare col ruolo materno di organizzazione che tanto, fin qui, ho denigrato.

Ma dov’è che nasce la differenza?

Semplice. Io, in quanto designer, non allatto ma vernicio; non creo armadi a muro violentando ogni centimetro della casa ma allestisco cubi asimmetrici. Non spendo soldi in quadri marini, semmai mi fotografo il culo, lo capovolgo, con photoshop mi inserisco una bandiera americana tra le chiappe e creo lo “Sbarco sulla Luna” (questa idea l’ ho avuta adesso: difatti sono seduto sul divano con una gamba su un bracciolo).
Bisogna approfittare di ogni momento buono per raccogliere da terra (e nelle cantine degli amici che ti mandano a riattaccare la luce) tutto ciò che è disponibile.
Solo così una scatola di ottone con su scritto toilettes potrà trasformarsi in una lampada con luce rossa e una vecchia scala di legno in una libreria, intrecciando tra i pioli il filo delle sedie da bar.
Bisogna recuperare materiali tradizionali e, da pessime madri, capovolgerne il senso. Bisogna applicare l’estetica del rifiuto. Partire dall’orrido per creare bellezza e penso alla Spoon chair di Leo Capote che è riuscito a costruire una sedia utilizzando cucchiaini di acciaio. Bisogna andarseli a cercare, i materiali, non puoi pretendere di andare nel grande magazzino ed essere orgoglioso di aver speso cento euro per la fotocopia di una libreria che possiedono altre nove condomini nel tuo palazzo.
Bisogna fare come le gattare che fanno Miciu, miciu, strofinandosi pollice con indice. Bisogna andare a scovare i rimasugli post moderni e riempirsi casa di spartiti per organo e di strati di plastica colorata. Bisogna tenerseli davanti pensando (ecco il segreto) per diciannove settimane COSA diavolo potrei farne di quel pezzo di plastica colorata finché una mattina ti svegli e ti accorgi che hai davanti una cassetta di INsicurezza in plastica rosa, con lo sportello che ha, al posto della tastiera col codice, lo spartito originale di “Noche oscura” di Petrassi e se non sai suonare il pianoforte non la puoi aprire.

È così, Fil non puoi farci niente. Sarai fiero, sempre, della tua creazione insicura e inutile, originale, triste e solitaria.

E ora un consiglio. Come ti dicevo non ha più senso scrivere. È una cosa superata. Credo fermamente che ogni sfera dell’arte abbia un’età. Vedo l’arte come una persona che nasce, si sviluppa, sperimenta, si assesta, trova un equilibrio, rinuncia all’equilibrio, matura, invecchia e infine muore.
Se ci pensi la poesia è la nascita. Il novanta per cento degli scrittori nasce con la poesia.
Succede che un giorno smetti di scrivere sui muri le frasi della tua canzone preferita e cominci con le tue. Vedi le scritte nei cessi delle superiori “this is the end my only friend” e sorridi, ti senti ovviamente superiore. Vai a casa e scrivi una cosa molto brutta che però a te pare molto bella e ne vai fiero, ancora non sai se ti farà scopare ma comunque non sei più lo stesso. Sei un poeta. Cambi. Gli altri non valgono un cazzo. Vedi nek in tv e dici dovrei starci io lì, nek. Io che scrivo. Io che non faccio le rime come te. Io che non mi tingo.
La fase della poesia dura una decina di anni, in genere. Poi scopri la prosa, quanto sia più completa, come sia possibile estendere le tue lacune da scuola professionale su più pagine. E fai anche cose belle, per carità. Sperimenti. Vai in libreria e ti accorgi che il settanta per cento dei libri editi fanno schifo, che tu avresti solo bisogno di un occasione. Col tempo cominci anche a farti conoscere in una cerchia ristretta di scrittori.
Immediatamente dopo viene la fase in cui ti accorgi che eri tu che non sapevi scegliere i libri in libreria e che invece esistono nabokov, hubert selby jr e quindi ti deprimi. Smetti per un po’. Ti documenti. Li copi.
Nei successivi cinque anni trovi una tua quadratura e scrivi cose belle e originali. Esaurirai presto i tuoi concetti.
Poi, grazie al vino e alle droghe, ti senti di nuovo dio ed entri nella terza fase, quella in cui non hai più bisogno di scrivere (dimenticavo: nella fase precedente fondi anche un gruppo culturale e una e-zine) ma vuoi fotografare (altra differenza: fino a ora DOVEVI scrivere, ora VUOI fotografare). Sei meno stressato, ti colpiscono altre cose, riesci a stare davanti al pc senza mangiarti le unghie, ti diverti, pensa tu. Incidi cd con le tue poesie e hai gli anni di cristo.
Terminata questa fase passi al design e inventi forme inutili, colorate in modo eccessivo, sulle quali riporre libri che hai scritto nella fase 2.
Hai ancora gli anni di cristo e se fossi un giocatore di calcio saresti vicino alla partita d’addio e deve essere per questo motivo che ti senti molto più precario rispetto a quando di anni ne avevi quattordici e avevi quantomeno il fiato per farti una corsa senza vomitare. Ora sei sufficientemente grasso da farti schifo, ti appassionano i documentari sui marabù e non ricordi mai se hai pagato il bollo della macchina, se devi farlo ad aprile o ad agosto.

La fase quattro prevede la rinuncia, per un periodo indefinito, a tutte le forme di arte attiva.
In una prima fase di riproporrai come scopritore di talenti, quindi suggerirai libri, acquisterai quadri, fumerai la pipa, avrai idee molto precise su ciò che è buono e ciò che è truffa.
Nella quinta fase ti metterai con una ucraina di trent’anni più giovane di te e ci farai un figlio, Loris, una via di mezzo tra Boris e la L di Lorenzo, nome che a te piaceva tanto, perché nel frattempo sarai tornato a occuparti di scultura e ti attrarrà la vivacità culturale della Toscana.
Nella sesta fase di Loris e dell’ucraina non avrai più notizie, non saprai dove mandare l’assegno di mantenimento e la cosa, invece di rallegrarti, ti dispererà perché avrai bisogno di un trapianto di midollo osseo e Loris è, o dovrebbe, essere tuo figlio.
Nella settima fase muori. Credo.

Ma forse sono andato un po’ fuori tema.
Vedi Fil, in fondo è un po’ così, si riempiono pagine di lettere e muri di oggetti perché tutto sommato ci si sente soli. E credo che questo sia solamente uno dei tanti modi per farsi compagnia.
Vedi Fil, è così: a zonzo si va, annoiandosi un po’.
E non si è mai contenti e nulla mai ci appaga perché in realtà siamo solamente una lunga e ordinata fila di insoddisfatti che hanno scelto di distruggersi piuttosto che rendere la vita impossibile a qualcun altro.

Stammi bene.

Te saliù.

Postato da Alessandro Ansuini
00:43 |||

 

 

martedì, novembre 27, 2007

berlin_eye_by_AlessandroAnsuini

 

Postato da Alessandro Ansuini
01:05 |||

 

 

domenica, novembre 25, 2007

Una poesia di Antonio Koch

E chi ha detto niente?
Tu ed io, o viceversa,
per primi, allenati a non rispondere
a nessuna domanda, più verdi
di una foglia d'insalata centrale
e come lei vegetali, semisolidi,
gocciolanti: traditi da denti
alti e bassi, più che altro femminili
che spezzettano ciò che conoscono meglio
e mancano, si dilatano, si ammorbidiscono,
si fanno vivi, ci terrorizzano
con i loro silenzi odontoiatrici
tutti particolari. So che tu fai arte
dal mal di pancia e t'immagino
a camminare sul ciglio di questa strada
tutto polveroso, in avanti,
e mai assuefatto a niente.

 

La poesia è dedicata a me, e così.

Postato da Alessandro Ansuini
10:54 |||

 

 

domenica, novembre 18, 2007

Il Manifesto delle Spietate Ninfette

Mauro Mazzetti alla voce e Fabio Cinti alle musiche interpretano il Manifesto delle Spietate Ninfette da Vm18 di Isabella Santacroce.

 

Postato da Alessandro Ansuini
13:28 |||

 

 

Il circo si muove in direzione di Berlino, la partenza è prevista nel pomeriggio, dice che da modena nord a berlino è sempre dritto, il ritorno è previsto, per me, mercoledì, con un volo della easyjet che non ho mai preso, che dovrebbe atterrare a Venezia, dico dovrebbe perché sono tre giorni che sogno di persone che mi dicono di non prendere quell'aereo, sogno di poliziotti che mi dicono "non salire su quell'aereo", la mia maestra delle elementari, Lucia, mentre nel sogno era impegnata a giocare a carte ha trovato il tempo di dirmi "mica prenderai quell'aereo?", così dico dovrebbe, perchè i sogni sono premonitori e anche se la data del mio decesso è prevista fra due anni potrebbe essere che ci togliamo il pensiero prima, tipo mercoledì, già vedo i giornali, le polemiche contro i voli a basso costo, studio aperto sul posto, chi darà da mangiare al mio gatto, penso queste cose qui. Comunque se sopravvivo mercoledì mi fermo a venezia a mangiare del pesce e ubriacarmi.

le_gran_mirage_de_le_circus_by_AlessandroAnsuini

camera mix, subclub, bratislava, 2006

 

 

Postato da Alessandro Ansuini
12:03 |||

 

 

martedì, novembre 13, 2007

Camera Mix - Dans le quartier Maloi

camera mix versailles sessione
Dall'album "Vodka Pigalle's Taping", registrato a Versailles, Agosto 2007.

Postato da Alessandro Ansuini
03:38 |||

 

 

domenica, novembre 11, 2007

Dirteen

eli


Capelli sporchi, che non tengono la piega
L’orlo dei pantaloni da far cucire la coscienza
Precisa che il corpo umano dall’interno
Debba fare una puzza tremenda e che la televisione
Si preoccupa di riconsegnarti dei vecchi che con fatica
Ti eri lasciato alle spalle negli anni – scrivere non
È una cosa onesta, scrivere davvero è una cosa
Che capiscono solo gli uomini e io sono uno
Che tiene in altissima considerazione gli animali
Poiché li vedo gironzolare come noi e non ho
Mai avuto il complesso di superiorità su nulla
Che non indossasse delle scarpe – quindi me la prendo
Solo coi facchini e coi poliziotti, me la prendo
Con quelli coi grembiuli e con quelli con
Le valigette che alle nove del mattino
Entrano in una aula e parlano io davvero
Sono un tessuto sfilacciato, sono il braccio
Di una bambola sul pavimento, sono la posta
Indesiderata che finisce nel cestino, ma non per
Scelta o vocazione o posa o chissacché
Voglio dire non pretendo di insegnare nulla
A nessuno d’altronde oggi al tiggiuno hanno
Detto che normal mailer era nella beat generation
E io dapprima mi sono innervosito per l’errore ma poi
Ho pensato che non frega un cazzo a nessuno,
sono tre parole detta da una con una brutta messimpiega
che non gliene frega un cazzo come non gliene frega
un cazzo al suo direttore e alla vecchia che sta ascoltando
e questo mi porta a pensare che in fondo
non me ne frega un cazzo nemmeno a me di star
lì a puntualizzare che mailer non apparteneva
alla beat generation a meno che
non mi ritrovi a farlo in una poesia, per dire
che mi viene fuori per caso e lo scrivo e non
sto nemmeno a badare alla musicalità o cosa
questo dicevo all’inizio appunto che scrivere davvero
è come la giornalista che sbaglia qualcosa e qualcun altro
che non se ne accorge la scrittura non esiste
mi rendo conto sempre di queste cose ho capito
che sarei morto a cinque anni – parlo dell’esatta
presa di coscienza che si morirà – precoce, direi
in questi accavallamenti di gambe sensoriali,
che ci riposano una parte e ci mettono in azione
l’altra finché anch’essa non sarà stanca o semplicemente
senza senso e sarà l’ora di metterla a dormire.
 
A cena l’altro ieri uno diceva che c’è un modo
Di masturbarsi che vuole che tu ti metta
Una mano dietro la schiena finché essa
Non s’addormenta per poi poter essere utilizzata
Come la mano d’un altro e scrivere
È un po’ simile a questo gesto pensavo ma
Non lo dicevo nessuno perché la gente
Non sta a pensare a queste cose la gente
È tremendamente semplice non capisce
Il 95 per cento delle informazioni che recepisce
E fraintende il restante e io non sono migliore
Sia ben chiaro a quelli che si sentono chiamati
In causa lo dico da sempre che parlo per pregiudizi
Il mio principale si chiama come me, e lo scriverei
Se non trovassi di cattivo gusto vedere il mio nome
Inserito in una poesia non è come per le foto, in cui
La tua faccia mente, il tuo corpo inganna, il proprio
Nome scritto all’interno di una poesia è davvero
Una cosa oscena e infatti l’hanno fatto in pochi,
guidogozzano e forse prevert, ma non sono
sicuro di quest’ultimo.
 
Cosa stavo dicendo?

Postato da Alessandro Ansuini
14:42 |||

 

 

sabato, novembre 10, 2007

Rivista Tabard

Segnalo l'uscita della rivista Tabard e colgo l'occasione per ringraziare Mimmo Cangiano e Achille Castaldo per avermi inserito con 14 foto.
La rivista è questa, è gratuita.
Credo si trovi solo a Bologna, ma non vorrei dire una sciocchezza.
Ricordo anche che ogni primo martedì del mese la Rivista promuove una serata "poetica" al Macondo di Via del Pratello a Bologna. Direi una serata "poetica" particolare. Venire a vedere per credere. Io e Camera Mix ci siamo sempre.

tabard

Postato da Alessandro Ansuini
18:43 |||

 

 

venerdì, novembre 09, 2007

Ognuno il suo e/o i suoi

foglio-2-splinder

disciplina.

Postato da Alessandro Ansuini
14:41 |||

 

 

lunedì, novembre 05, 2007

Contro Le Case Editrici

Quest'anno ho deciso di non pubblicare mai più un libro con una casa editrice ufficiale. Mi hanno detto che sono vanitoso. Perfeziono la mia volontà, dichiarando di volerne sabotare un paio, far saltare in aria gli stabilimenti. Allora si che sarò veramente vanitoso. L'anno prossimo invece mi dedicherò all'interruzione della filiera della distribuzione. So dove sono i distributori, occhio.  Quelle opere le firmerò, mica come faccio con i libri. Farò poesia, finalmente.

Postato da Alessandro Ansuini
20:27 |||

 

 

venerdì, novembre 02, 2007

Etcetera, etcetera

"My japanese is better"
Placebo


"A volte l'insulto è un urlo:
al fuoco"
M.Sannelli

 

Le piume delle ciglia vanno
In fiamme gli occhi di mia madre
Mi rimbombano dentro come cannonate
Attutite da sciarpe
La bocca si riepiloga a scherzo
Si srotola una pergamena firmata da M.
Che “E’ solo una lingua” ha il coraggio di dire
Quando sappiamo tutti che una sola lingua
Non esiste.
 
*
 
 
Alla luce sottratti perché alcuni di noi
Vollero ripararsi dal sole
Le molecole ci danzavano attorno
I guasti e le impudicizie e tutti i sotterfugi
Ci appartenevano ed eravamo danneggiati
E santi come opere d’arte ammaccate
Come chiese saccheggiate abbandonati
Nei musei a riempire gli occhi della gente
Abbandonati fra 23 milioni di paia d’occhi tutti
Con la nostra carta d’indentità in mano
Ognuno
Solo come gli altri e con la pretesa
Di essere l’unico.
 
 
*
 
Non saprei dire come cominciai non saprei
Dire nemmeno se è ancora in atto
Tutto questo scempio so solo che mi preoccupavo
Di fare questo e quello e amavo
come una forbice ama la carta
Se mi ci adagiavo sopra ero innocuo
Era dal momento che mi spalancavo che si ferivano
Tutti nonostante cercassi di prestare la massima attenzione
Alle loro estremità e preso atto che
Tutto mi sembrava al posto giusto
Tutte le persone nel posto sbagliato.

Cambiava il colore della luce
Nella cucina una lavatrice
Mi restituiva l’ordine delle cose
Una ridicola partecipazione
A un atto purificatore mi ritrovavo
A scrivere autunno d’autunno e a cambiare
Circolarmente le lenzuola solo più lentamente
Del modo in cui la terra si voltava su un fianco;

Successe sicuramente in un martedì, mi accadde
Come di fotografarmi in un momento in cui apparivo
Distratto e mi volgevo con una mano a una tazza
Senza raggiungerla mai, quella tazza divennero
I miei sentimenti e ora passano mani a guardare
La fotografia la girano, la fissano, alcune
La portano con sè la nascondono - è mia
Insinuano, mentre dentro ci sono
Le mie mani strane e quel modo
Che ho sublime di non esserci mai, me ne
Vantavo, lo ricordo bene, quando perdevo
Parenti come denti da latte, entravo e uscivo
Dal mio corpo con lo stesso meccanico
Gesto con cui fissavo il cuscino la notte
Sotto al mento, finché un giorno
Sono rimasto chiuso fuori da me e
Ho cominciato a gridare.
 
Più urlavo più le persone mi dicevano
“Stai scrivendo delle poesie.”
 
*
 
Mi piace rimanere lunghi minuti in una stanza
Dove è stata una ragazza.

O meglio dovrei dire, mi piace rimanere
Lunghi minuti in una stanza dove aleggi
Il profumo di una ragazza cilena.

Ma è dare attrito alla circostanza, questo.
Mentre invece la luna la vediamo tutti
Nello stesso momento.
 
*
 
Siamo stati attraversati dalle sedie
I binari ci si sono dipanati dentro così
Come le attese in coda dentro a macchine calde
“La pioggia sui finestrini
E tu che guardi è il significato
Dell’anima” disse uno che dormiva
Sulle panchine – a cui non sarebbero
Bastati 400 anni per diventare donna.
 
Lei è nell’ascensore e guarda.
 
Tu sei alla sedia e guardi.
 
Quanti altri nodi devono slegarsi
Prima che ci si decida
A farne un fiocco?
 
 
*
 
Ho amato molto il rumore delle tue cose
Dentro alle mie cose.
Il consumarsi, gentile.
Ho sentenziato flaccide impertinenze
Per finire pigro, accomodato
Come una vite al dado.

Ho aspettato che finissi o cominciassi
O atteso che tu arrivassi per prenderti un polso e
Baciarlo, legarlo, renderlo una fessura.
Le mie parole costituiscono un atto d’accusa
Ma nessuno ha registrato; ho amato
Molto il silenzio che adoperavi
Per mettermi le mani davanti agli
Occhi e chiedermi – chi sono?
Possiamo dire di aver slegato i sessi
Di aver provato a uscire uno
Dalla parte dell’altro, a forza di premere.

Siamo una nazione di tentativi.

Eppure la debolezza è tutto, sottolineavano
Alcuni tuoi movimenti, per come ti muovevi
Ecco, per come muovevi quello che
Ti era attorno senza nemmeno toccarlo
O quando lasciavi cadere una tazza,
per sentire il rumore, io ero la tazza.
Nell’armonia dell’orchestra inventavo
Mal di testa fulminanti, da far venire
A te. Ora un tuo calzino esce fuori
Dal letto, restituito dalle lenzuola
A una scena sbagliata, senza
Attori e senza catering e senza
Nemmeno una presa di corrente.

Gli oggetti si dimenticano troppo spesso
Della buona educazione e di tutte le nostre
Sovrastrutture.
 
Quand’è che imparerò.

Postato da Alessandro Ansuini
21:17 |||

 

 

giovedì, novembre 01, 2007

Ok Foto - Mostra on-line -

Mentre è in corso la mostra a Bazzano è possibile visionare ed acquistare le fotografie qui. Trattasi di 12 esemplari stampati su alluminio in 5 copie ognuno, autografati a mano sul retro. Considerate che il baratto è sempre ben accetto.

Postato da Alessandro Ansuini
07:01 |||

 

 

 

Non avere grandi idee loro
Non si avvereranno
 
Ti agghindi con un sorriso
E riempi i buchi
Cè qualcosa che è andato perduto
Appena lo trovi
È andato
Appena lo senti
Non c’è più
E' andato per sempre.
 
Così non avere grandi idee loro
Non si avvereranno
Tu andrai all’inferno
Per quello che la tua sporca mente
Ha pensato.
 

Postato da Alessandro Ansuini
03:29 |||