


this summer, across europe
Sabato 27 maggio, ore 17.00, Palazzo Borea D'Olmo di Sanremo (IM)
a cura del Comune di Sanremo
presentazione di Ricreazione di G. Conforti (Ed. Marco Valerio)
Introduce Gian Antonio Dall'Aglio
E per convincervi della bontà del testo, una nota dell'esemio dottor wang:
La chiave di lettura del libro è forse nelle parole “la carica potenziale intrinseca nelle cose stesse”, lette nella post-fazione. Da lì bisogna partire per comprendere affondo il rapporto del possibile-non possibile di questa (queste) storie, queste vite appese, come ognuna delle nostre, a scelte da compiere o a rimandi da fare, quasi fossero (le storie descritte da Conforti) in silenzio, solitarie benché unite da quell’unico minuto che le rende parte di un globale, inteso come partecipazione fisica al mondo ma soprattutto come potenziale non-partecipazione al mondo. Il gioco è narrato con astuzia, la scelta del non racconto, assolta ogni volta che la storia si spezza, che rimane tronca, ti conduce per mano negli infiniti chiaroscuri di questi corpi sparsi per il mondo, in apparenza astratti e scollegati tra loro da una distanza che li rende punti a pois, per intenderci, su una gonna anni ’80. E invece ecco la chiave di volta, il centro nevralgico che riporta tutto a un senso di appartenenza globale; i tanti “mi ricordo” che cadenzano a intervalli più o meno regolari la lettura del libro rappresentano il filo rosso, la memoria comune, il lampo che accomuna persone sparse su un’intera nazione e, talvolta, nei casi di certi “mi ricordo”, su un intero mondo. Ogni singolo “mi ricordo” ti solleva dalla ricerca di una ragione “letteraria” che colleghi queste anime appese in attesa, ti suggerisce che non è il contenuto o la curiosità quello che devi seguire nella lettura del libro ma un matematico s(o)egno che ogni volta ti ricorda che comunque sia sei parte di un tutto e che dunque qualsiasi cosa potrà o non potrà accadere, così come del resto potevano (non) accadere i tanti “mi ricordo”, se Conforti non avesse mai visto il “Mistero buffo” di Fo o se non avesse mai usufruito del servizio ristorante sul Pendolino. L’apparente non senso dei “mi ricordo” a mio avviso non è poi così astratto, essendo ognuno di quei tratti parte anch’essi di qualche antico minuto che ha preceduto una scelta casuale nella vita di Conforti. E dunque ecco un libro carico di sperimentazione, di spinta potenziale verso l’altro, una forma comunicativa che abbandona scelte facile suggerendo potenziali scelte di scrittura solamente accennate. Ecco un saggio di come si potrebbe scrivere, passando dalle eleganti forme narrative calviniane a tensioni nervose stile Hubert Selby Jr (vedi il quadro successivo al “mi ricordo” nr° 505). E soprattutto, ecco un libro che ti fa ricordare qualcosa o qualcos’altro, un libro che puoi leggere sorridendo in un vagone della metropolitana a Roma o Milano poiché cadenzato a tratti di minuti come le fermate della metro B. Ecco un libro interessante che poteva essere e magari è stato, e che in ogni caso posizioni nel comparto centrale della tua libreria, quello in cui metti i libri che ogni tanto riprendi, perché hanno detto delle cose.
Wang
Da un'intervista di wu ming rilasciata ad AIB News, bollettino dell'Associazione Italiana Biblioteche.
WM di fatto mette in crisi la figura stessa dell'autore come singolo individuo e di conseguenza della proprietà letteraria in quanto tale. Come nasce questa scelta e quale visione della letteratura sottintende?
<<Non facciamo che rendere esplicito l'implicito. In realtà nessun autore inventa o scrive da solo, e non ci riferiamo solo all'editor o al ghost writer di turno, ma al fatto che le idee sono nell'aria e non appartengono a un singolo individuo. L'autore, qualunque autore, è più che altro un "riduttore di complessità", e svolge una funzione temporanea, cioe' trae una sintesi precaria da flussi di informazione/immaginazione che vengono trasmessi dall'intera società e la riattraversano in lungo e in largo, senza sosta, come le onde elettromagnetiche.
In linea di principio, è assurdo voler imporre una proprietà privata della cultura. Se al fondo tutto è prodotto dalla moltitudine, è giusto che ogni "prodotto dell'ingegno" sia a sua disposizione. Non ci sono "geni", quindi non ci sono "proprietari". C'e' lo scambio e il riutilizzo delle idee, cioe' il loro *miglioramento*. Lo diceva già Lautreamont: perché le idee progrediscano è necessario il "plagio" (e quindi anche la sua pre-condizione, cioe' la "pirateria", la riproduzione libera).
Nella storia recente questa posizione - fino a pochi secoli fa considerata ovvia e naturale - è stata sostenuta solo da esponenti delle correnti radicali e antagoniste [...] Oggi torna ad essere una visione egemone, grazie alla rivoluzione digitale e, nello specifico, al grande successo del software "libero", GNU, Linux etc.
Dall'altra parte della barricata c'e' tutto quello contro cui la sinistra, in tutte le sue sfumature, si è battuta fin dall'Illuminismo: la rendita nobiliare, la "manomorta" aristocratica, lo sfruttamento dei risultati del lavoro da parte di ceti abbienti parassitari.
Ma, come dicevamo, si tratta di ceti e interessi *obsoleti*: anche alla luce di come funziona l'odierna produzione di ricchezza, il copyright è ormai uno strumento superato, un rottame ideologico la cui esistenza castra l'inventività, limita lo sviluppo del "capitale cognitivo", sviluppo che oggi richiede cooperazione sociale in rete, *brainstorming* a tutto campo. Per essere *produttive*, le idee devono essere libere di circolare.
Se volessimo usare una terminologia marxiana classica, diremmo che oggi lo sviluppo delle forze produttive mette in crisi i rapporti di produzione. Pensiamo ai programmi peer-to-peer che permettono la condivisione dei files MP3. Pensiamo a tecnologie di riproduzione come i masterizzatori. La loro stessa esistenza è la prova che la Convenzione di Berna sui diritti d'autore è superata *nei fatti*, dallo stesso sviluppo delle forze produttive. In parole povere: non si possono mettere in commercio tecnologie come campionatori, computer, scanner, masterizzatori, fotocopiatrici, e poi far intervenire i governi e le forze di polizia perché la gente li utilizza... nel modo "sbagliato".
Contro questo vasto (e ancora non del tutto consapevole) movimento, viene messa in campo una resistenza feroce da parte delle mafie della proprietà intellettuale, col peggioramento delle leggi vigenti. Non solo: si sferra anche un contrattacco su vasta scala, per estendere la logica della proprietà intellettuale a esseri viventi e sequenze genetiche umane. Dal che si capisce che quella del copyright è la principale linea del fronte dell'attuale conflitto socio-ecologico.
Ad ogni modo, nell'industria culturale stiamo vincendo "noi", basti pensare alla musica: oggi le grandi case discografiche piangono miseria, si scagliano con violenza contro "la pirateria", vedono drasticamente ridotti i loro margini di profitto. Perfetto! Le bolle di sapone scoppiano, si ridimensionano fenomeni di parassitismo che avevano assunto proporzioni ridicole: guitti che si ritrovano miliardari solo perché nei piano-bar da trent'anni si suona la loro unica canzone di successo, una ben nota società che monopolizza l'amministrazione del "diritto d'autore" estorcendo soldi grazie a balzani cavilli legali e dividendoli tra le Grandi Famiglie che la gestiscono etc. etc.
La fruizione della musica (e non solo) sta cambiando, la "cultura di massa" lascia il posto a una nuova forma di cultura "popolare", in cui contano sempre di più le esibizioni dal vivo, le reti solidali , la condivisione, il do-it-yourself (auto-produzione, auto-distribuzione, passaparola), e in fin dei conti importerà poco sapere *chi* ha composto o scritto che *cosa*. L'artista sarà sempre meno Divo (o Autore) e sempre più cantastorie, menestrello, bardo, griot.>>
Smith & Laforgue, Camera mix e il sottoscritto sottoscrivono in toto la dichiarazione.
L'inervista completa la trovate qui: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap1iii.html#copyright
12/05/2006, Pistoia
Plant poetry kills poetry stars
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