martedì, gennaio 24, 2006

Amore, che sarai per sempre amore, indossa l’opportunità
Destituisci il temore, questa è la mia ultima ora
Questa è la mia ultima ora
Questo è l’orrore disse Brando, le mani nei capelli
Questo è l’orrore disse T.S. Eliot
L’orrore
Mentre Gregory Corso veniva sepolto fra l’edera tenera
Ai piedi della tomba di Shelley, sobria e severa
L’orrore disse Burroughs mentre sparava a una mela
Che non voleva essere sua moglie, ma gli era solo vicino.
Riportami al satellite dove ero solito girare come il cane di un clown
Lingua magnifica il deserto, deve aver detto dio ai dinosauri
L’orrore, i caprimulghi urlanti nel giardino, vegliati
Dallo sguardo morboso di venere –
Cade l’ombra come la luce ghigliottina la porta, voltati su un fianco
Una sera di venerdì starai per addormentarti e sarai destato
Nel cuore di tenebra della notte – Mistah Kurz sta risalendo il fiume
Geronimo è pazzo di nuovo, cineserie, minuterie,
Didascalie minuscole indifferenti all’autorità
Nessuno vuole sentire urlare in un megafono parole autoprofetiche,
Sei il miglior nemico di te stesso disse un uomo fra la folla, coperto
Di foglie gialle e la pioggia mattutina che faceva correre gli extracomunitari
Senza ombrello, Budda suona il clarinetto sotto alla metro per pochi spicci,
Una tossica tiene un bicchiere di mac donald per dargli una mano
Ma non si conoscono nemmeno, è mutuo soccorso,
Se cadono le statue di Maria si chinano a raccoglierle sia uomini
Che donne, per tutto il tempo di questo viaggio, per ogni
Discussione dell’onda, “Esistenza è sofferenza” dice Budda alla tossica
“Finisce quando muori” eclettico come un violino suonato da un giapponese
E’ l’orrore disse uno con la mente sgombra uno
Che aveva vomitato qualche minuto prima e che potrei essere io, potresti
Essere tu, sorpreso in un museo troppo vicino
Alle opere d’arte, l’orrore disse il bambino in visita nel bunker di hitler
Che lo tranquillizzò dicendo
Che l’amore è sempre amore – invocazione di gioventù, sotto le insegne
Elettriche accatastate sulla punta delle dita, di tutte le nostre
Dita così distanti dalla sola percezione di come
Funzioni un elettrodomestico, di come s’accenda un motore
“E non c’è niente di cui meravigliarsi” disse lei sotto tutto
quell’ombretto rosso “Il segreto prestigio
Di quello studio legale chiamato giovinezza
rimarrà inalterato, questo è l’orrore.”
E lo disse proprio lei, così dolce in certi momenti
Di tenerezza indicibile, Monnalise che cadono a pezzi
Muraglie cinesi arredate con scaffali ikea, perchè qualcuno deve pure
Aver spinto le statue di Maria, Gesù nel Mekong con un taccuino
Di carta di riso prese nota di tutto, per non dimenticare, contro
La propria carne, sin dai tempi del serpente, Shelley e Keats
Dormono vicino all’ombra dei pini, il figlio di Ghoete che intrattiene
Relazioni amichevoli con la statua della vedova Passarge ( ho
Delle foto che lo dimostrano) e da poco c’è anche Corso,
Nell’edera tenera, ho delle foto anche di questo, in fondo
Eravamo tutti lì
Finchè tre uomini camminando di fianco l’un l’altro
E mi vennero verso, erano silenziosi, e io intuii

L’orrore

Postato da Alessandro Ansuini
20:10 |||

 

 

mercoledì, gennaio 18, 2006

Usciamo da questa stanza” disse Marta che era polacca, “Non sono
tranquilla qui” e così facemmo, presi il cappotto e la seguii porpora giù
per le scale, penzolante di cinte e altre cianfrusaglie fra cui una testa
d’aglio e un’arancia – la morte fotografata, l’inaudita luce, lungo il tevere
o fra le palme egizie, Marta si sistema la calza verde tirandola con quattro dita,
prima di portarsi l’indice alla bocca e mordere
una pellicina e dire “Come devo mettermi?”  -
è seduta su una sedia da ufficio in mezzo alla strada,
appoggiato alla sedia c’è un cartello con scritto lavori in corso - 
in mezzo alla strada, siamo in mezzo alla strada
e il posteggiatore ebreo ci guarda male fra le costole del venerdì –
undici e un quarto di sera tacchi sull’asfalto, insegne epilettiche,
i muri anneriti che si chiudono come il pugno di un crupier
su tutta quello che abbiamo perso, io e marta e chi per voi, la merce
angelica distribuita su queste terrazze chiuse da porte a vetro,
l’indistinto formicolare sulla pelle della città di questa euforia tutta epidermica,
in questo viaggio da lumache le strisce bagnate è tutto quello che ci resta
da lasciare in memoria dei percorsi – “Mettiti come vuoi, cammina radente ai muri,
alzati la gonna, fai finta che io non ci sia” dico auspicando benedizioni,
se il cinema ha la pretesa di fermare il tempo la fotografia fissa lo spasmo
del tempo moribondo, paralizzato, come nella casa delle finestre che ridono
il pittore dell’agonia riprendeva le persone in punto di morte,
e non sei le foto che fai ne le foto che ti fanno, “Hai detto quattro
cose diverse” dice marta che adesso ha la gonna sollevata
fino alle ginocchia per adescare gli sguardi dei passanti, “E io
faccio una cosa per volta” - gli occhi furtivi
e i gomiti delle ragazze che cozzano contro le costole dei loro accompagnatori
caduti nella ragnatela di Marta –  fra le custodie delle gambe di Marta
nelle morbose paludi Marta, nelle cavitù umide di Marta, nella cina che Marta
porta dentro agli occhi, nel ghiaccio purissimo dove affoga Marta,
nella metamorfosi di Marta fra il guardarla e l’averla guardata,
nei rampicanti che Marta serba fra le dita, nelle lucciole che Marta sogna,
nei bambini che urlano dalle caviglie di Marta, caviglie da scopatrice
caviglie da russia e bettule, da dacia, da maniche perforate, da regni
in caduta libera come bare lanciate da una scogliera
“C’è poca luce” dissi, improvvisamente
curioso dei cambiamenti atmosferici e delle tonalità, inseguivo
improvvise ninfe sbucate da una scala con le scarpe rosse e gli
scaldamuscoli azzurri mentre marta fumava in una Roma cinese
biascicando versi di Cummings o sciocchezze di Villeran sulla
proprietà, sull’onestà della proprietà, sull’egoismo insisto
nella proprietà e la convinsi a tornare a casa, a disporre un faretto
a spogliarsi
a spogliarsi
a spogliarsi e danzare
poiché ci si perde nell’aria come fumo di fabbrica, e due occhi
non costituiscono un reato, e nemmeno quattro, bruciare soldi
in una banca è reato, la fotografia è un crimine contro
l’umanità, la menzogna delle menzogne, ogni fotografia
contiene qualcosa che non esiste più
è perso
è perduto
è sfumato
è ricordato
è sanguinante
ed eccoci, io e Marta, a  misurare questa porzione
di vita in unghie di bambini, in cucchiaini da caffè –
il toro e il torero nell’arena
a inseguire  il momento in cui la morte
accavallerà le gambe
caparbi come biglie che rotolano
attenti come un coccodrillo che trasporta
il suo cucciolo nella bocca
in guardia
perché la morte

viene sempre mossa

Postato da Alessandro Ansuini
19:45 |||

 

 

mercoledì, gennaio 11, 2006

Se siete in zona emilia romagna non perdete questo:

"Dicono che somiglio a Lucio Battisti ma io non ci credo"

Scritto diretto e interpretato da Antonio Koch, giovedì 12 Gennaio, sala Benjamin, Via del Pratello 53, Bologna.

Ingresso 5 euri.

 

 

Postato da Alessandro Ansuini
01:49 |||

 

 

martedì, gennaio 10, 2006

Finché sognai che eri morta e lo eri, eri infeconda, guardavo le tue foto e le ritoccavo, nella cucina i mausolei brontolavano devoti alla non violenza, mia e di quelli che parlarono per me, in via XX settembre e quella volta nel bagno della Stecca degli Artigiani, con cinque centesimi nel piscio e la capziosa domanda che chiedeva se quei cinque centesimi erano lì per una svolta, per mettermi alla prova, il corpo del reato, quella volta li lasciai e il giorno dopo ne ebbi bisogno, ma non è di questo che volevo parlare, ma di te, che eri morta ed eri sdraiata sul tavolo della cucina liscia come una padella, un poco affranta, inespressa, ecco la risposta alla tua domanda se fosse stato necessario un‘intervento di chirurgia estetica, eccoti sdraiata allampanata come un surgelato, è come che fossimo fatti di stoffa o polietilene, siamo biodegradabili, che differenza passa fra un mouse e un pettirosso? E io sognavo astronavi e tu eri morta anche dentro alle astronavi ma c’era un tale di nome Cornelius, con una strana giacca beige, che humberteggiava a proposito di certe ragazzine che aveva visto passeggiare lungo i corridoi, diceva che accadevano cose strane a quell’altezza, nello spazio, si potevano vedere cose che uscivano direttamente dalla testa e così era stato anche per Siboi, dalla cui porta sbucò un nano, e tu eri fredda e statica nella memoria come una lastra, in mezzo ai nani e ai russi che abitavano questa navicella, così ti pensai, nel sogno, nelle astronavi, e tu venisti di nuovo, e apparivi e sparivi dal tessuto del giorno come un ago, e il tessuto del giorno erano i miei pensieri, finché voci umane mi riportarono alla veglia, scacciato dalla grazia, con te e Shakespeare e il tavolo della cucina, uno sopra all’altro, ofelia che galleggi sulle piastrelle della cucina, mia domestica Desdemona, i tuoi fazzoletti sono sporchi di sangue, e sei esanime, così ferma, come dire, morta, che viene voglia di starti ad ascoltare per del tempo, del tempo dedicato, che si poteva utilizzare per altro, e invece sono qui.

 

Postato da Alessandro Ansuini
02:15 |||