domenica, novembre 27, 2005

Sarà possibile acquistare o barattare copie autoprodotte del primo singolo dei Camera Mix, intitolato "Il singolo", registrato e mixato da Dedalus agli IR Process Studio di Pavia.
Due pezzi: VIALI e POP/OFF
Postato da
Alessandro
Ansuini
21:07 |||
giovedì, novembre 24, 2005
Moleste le figlie moleste le foglie pendevano dall’oblò della cornea
con un’aria all’apparenza davvero servizievole, tutte inchini e sorrisi
ma sotto sotto nascondevano un’endemica minaccia, il modo di alzare
un gomito o muovere le dita, denotavano un accento da faccendieri,
una premura da hostess, io mi fingevo assolutamente indifferente,
non tenevo una gamba incrociata ma fissavo il pavimento con
un’aria davvero interessata e d’improvviso mi mettevo una mano
in tasca come per cercare qualcosa, che facevo finta di trovare,
toccando la pelle del pacchetto di sigarette, e un accendino, e
stop:
disse.
Cosa c’è che non va, chiesi?
Volevo qualcosa di più sofisticato, disse, qualcosa che celasse un intento
ma al tempo stesso lo mostrasse, per dire, devi far vedere una cosa ma quella
cosa deve essere un’altra cosa, capito? Questo deve essere un teatro della finzione,
il palco del soprannaturale, qui le immagini devono essere evocative e al tempo
stesso far riflettere, suscitare, disgustare. Devi essere filosofico, nobile, devi
fare l’elemosina, devi essere un paramedico, ascolta: voglio demolire la famiglia,
la chiesa, la pornografia, le istituzioni, il gran sasso.
E cosa lasceresti?
Uno schermo bianco. Una tazza di caffè. Della cartaigenica.
Mi affascinavano i registi, così scaltri, così duttili, io che provenivo
dalla galleria della parola, dove il vento lo dovevi fare muovendo
le mani mi stupivo sempre della facilità dell’immagine di essere
indotta, iniettata come un ago sottopelle, la descrizione richiedeva
un doppio sforzo, mentre la mostra dell’immagine nella sua nudità
era un cerchio che si chiudeva, come un casché alla fine di un ballo,
come la faccia di lei che ti guarda dopo che l’hai uccisa, e sei rimasto
a vedere il cadavere, desideroso d’un the.
Nonostante questo la carreggiata era invasa dagli immodesti e delle
zingare giravano con dei giornali sotto il braccio e strani moschettoni
attaccati alle cinture, io guardavo i lampioni e i bordi dei secchi della
spazzatura e i solchi nei pneumatici e qualcuno mi portava un bicchiere
di vino rosé, io detesto il rosé, mi fa pensare al sangue, ad acqua sporca
di sangue e non sapevo dove andare, così mi sistemai in un angolo,
proprio sotto a un telefono, finché l’incaricato venne e con il naso
disteso mi disse: è lei l’agrimensore? No, io bevo il rosé, dissi.
Stop
Cosa stai facendo, mi spieghi? Cosa.
Celavo, risposi. L’intento, l’ossatura, tenevo nascosta la fabbrica, mostravo
la spiaggia, in pratica truccavo, mettevo del mascara alle immagini,
è tutto così dirompente che nessuno è più capace di dare una carezza,
il sangue sul pavimento, le mie occhiaie gonfie di codardi, il cappio
dondolante, la pausa nella battuta, il respiro, cosa facevo di
sbagliato?
Gli occhiali disse, hai gli occhiali sporchi, ansimi, ti innervosisci.
Secondo me ti innervosisci. Respira. Guarda un porno. Adotta
una farfalla, educa un coccodrillo a pisciare nel prato, misura,
leggi shakespeare, dimenticalo, spettinati quei capelli, lo senti
questo suono, come una M prolungata?
Lo sento.
È la macchina. Avanti. Riprova.
Non voglio mancare, mi manco troppo, mi manco spesso eppure
mi servo, ho necessità di esserci, e tento, tento di abbracciarvi,
ma vi manco, vi sfioro, faccio la parentesi aperta da sola sul
foglio, sono curvo, gobbo, mi stupisco, mi guardano, li guardo
annuisco
fu così che il silenzio si ravvolse lo scialle attorno alle spalle
e barcollante come uno zoppo si diresse verso l’uscita, dove
due gemelle bionde strappavano i biglietti e regalavano
frastuono digitale, emotivo, lo facevano coi capelli, piano,
agitavano i capelli come un’onda e quell’onda si propagavava
e mi arrivava fin sotto le caviglie, al mio tavolo, dove sedevo
noncurante del mio bicchiere vuoto e aspettavo tempi migliori,
l’ingresso di neal cassady, un furgone blindato per percorrere
tutta l’europa mascherato da guardia giurata e sorridere ai preti
lungo le autostrade, salutare i contadini, assorbirmi, una volta
per tutte, rendermi sensazionale, stravagante, sensato, come
quando leggi, proprio come quando leggi di un uomo, su una
panchina per esempio, in un prato, tipo:
un uomo avanzava lungo la strada bianca che percorreva il parco
con la lentezza delle trasformazioni e giunse sull’unica panchina,
per l’occasione vuota, e si sedette sotto al ciliegio, rilassandosi,
mentre le ragazze in bicicletta passavano in un sibilo di ruote
e i cagnolini portavano a spasso i padroni per farsi guardare
mentre urinavano sei, sette, otto volte sulle clark degli alberi:
le radici
stop
stop
stop
radici è un film razziale, non basta, mi incupisci il pubblico
mi ammorbi la platea, la disinteressi, gli fai pensare che c’è
qualcosa che non capiscono, non si abituano, devi essere
semplice, devi essere profondo e semplice, come un lago,
fai un lago vulcanico, avanti, fai il lago, allagati.
Mi emarginai quattordici secondi, muovendo la testa
di scatto a destra e a sinistra come se john belushi mi
stesse schiaffeggiando, immaginavo belushi che mi
schiaffeggiava, e io non dicevo niente, non mi opponevo
lo feci per quattordici secondi, finché mi divincolai, o almeno,
feci il gesto di divincolarmi ma vicino a me non c’era nessuno
e mi sentii ridicolo, avevo bisogno di un incoraggiamento,
e tutte le persone intorno a me parevano voler fare la loro cosa,
svolgere la loro parte, tutti eccetto i trapezisti e le foche che
battevano le mani, così presi a urlare, urlavo, e ogni
volta che alzavo la voce le guardie diventavano improvvisamente
calme
Postato da
Alessandro
Ansuini
06:13 |||
lunedì, novembre 21, 2005
Prima di cliccare nel link sottostante, sappiate che la visione delle immagini è decisamente consigliata ad un pubblico di stomaco forte. Non è questione, secondo me, di amare gli animali o meno. E' che quando mi rendo conto di appartenere alla stessa razza bipede di questi bastardi ripresi nel video, il mio unico desiderio è che se deve esserci un uomo che si comporta così, meglio che non ce ne sia nessuno. Poi mi dicono che quando ambisco ad una catastrofe nucleare, ad un meteorite, a qualsiasi cosa che spazzi via dalla terra la scimmia uomo sono esagerato. Guardate per credere, e poi provate ad indossare una pelliccia di nuovo.
http://www.strasbourgcurieux.com/fourrure/
firmato A.L.F.
Il link è fornito da Lisa Massei.
Postato da
Alessandro
Ansuini
21:26 |||
lunedì, novembre 14, 2005

www.controprogetto.org
Postato da
Alessandro
Ansuini
07:24 |||
domenica, novembre 13, 2005
Le case sorgevano lungo una vasta depressione, alcuni topi si passavano
di generazione in generazione un’eredità culturale che insegnava ad aprire
le pigne, a separarne la carne dalle squame: sopravvivevano solamente
i più tecnici, i talentuosi o i caparbi.
Un cane di pavlov annunciava l’ingresso delle veline nella sala, i loro
tacchi e polpacci presi in una corrispondenza di Eco con gli occhi di noi tutti
curiosi che esse ci svelassero il segreto di quella musica antica, fatta
di chiodi e caviglie – che noi ignoravamo.
I colori soffiavano sgranandosi dentro alle Polaroid,
le scene commesse erano sequenze d’oppio, rosai
di sonnambuli che affilavano la sua atroce sensualità
dita sottili - labbra modelle - come davanti a un obiettivo
saturando i chiaroscuri dell’immagine
della sua chimica e di quel modo di camminare faceva icona
spessore e profumo, nel momento in cui restava ferma,
nella stanza, davanti ad occhi che non la contenevano, in piedi,
le mani sulle ginocchia, le gambe incrociate, fragilissimo desiderio
e la risata, la risata di lei
coperta dalle dita sottili davanti alla bocca
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Alessandro
Ansuini
09:42 |||
giovedì, novembre 10, 2005

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Alessandro
Ansuini
05:30 |||