
Due locande, un solo evento!

PRIMITIVISMO DIGITALE
Nell’agosto del 2004, Frederich Bloch, viennese di 35 anni, pubblica sul suo sito internet una sorta di nuovo “Dogma” cinematografico in cui, nell’epoca del digitale, si pone in una terra di confine che se da un lato accetta l’utilizzo del digitale, dall’altro impone tutta una serie di limitazioni che, sempre secondo Bloch, uscito dalla scuola di Michael Haneke (Funny games), misurerebbero la qualità e il talento d’un regista che si cimenta con la macchina da presa. Bloch afferma che un Quentin Tarantino, un Kubrik, un Von Trier, se costretti ad utilizzare la sola tecnica del Primitivismo Digitale dimostrerebbero in ogni caso la “qualità” del loro cinema, che risiederebbe nella capacità del regista nel saper scovare immagini che ci sono intorno e che solo un’occhio talentuoso riesce a individuare. Una sorta di ritorno all’essenza del cinema, alla sua poesia, scuoiata letteralmente di tutte le manipolazioni successive alle riprese, dagli gli effetti speciali all’utilizzo del computer per contrastare le immagini, fino all’assenza montaggio stesso, eseguito a posteriori. In sintesi, qui di seguito, riassumo le limitazione poste da Bloch nella realizzazione di un corto o film che risponda ai requisiti del Primitivismo Digitale:
- La procedura delle riprese deve seguire quella che viene utilizzata per la pittura: l’obiettivo della telecamera digitale è il pennello, la pellicola è la tela. Le immagini che vengono riprese dall’obiettivo non possono essere aggiustate, migliorate o filtrate in fase di montaggio.
- Non deve essere effettuato nessun montaggio che non sia la sovrascrizione di immagini preesistenti.
- Non devono essere inserite scritte successivamente alla ripresa diretta
- Le parole che servono per la descrizione del titolo del corto, del produttore, o degli eventuali attori devono essere riprese direttamente. (ad esempio, se il titolo del film è IDIOTI, si può scrivere su una lavagna idioti e riprendere la scritta.)
- Gli eventuali attori che partecipano al film devono essere inconsapevoli del loro ruolo, di esser parte di un corto, di un medio o di un lungometraggio.
Con questi semplici espedienti, Bloch vuole introdurre un genere che permette la realizzazione di corti o film a budget zero. Va altresì considerato che alcune regole del Dogma di Von Trier (1995) vengono automaticamente inglobate, mentre altre ne restano escluse. Il Dogma di Von Trier, in sintesi, dichiarava che l'obiettivo, ambizioso, era quello di "purificare" il cinema dalla "cancrena" degli effetti speciali e dagli investimenti miliardari. Niente luci, nessuna scenografia, assenza di colonna sonora, rifiuto di ogni espediente al di fuori di quello della camera a mano, impossibilità di riprendere la “finzione” (ad esempio, la morte di un uomo che non è realmente morto)
Il Primitivismo Digitale di Bloch invece non proibisce l’allestimento della scena, la preparazione di colonne sonore o le luci, a patto che esse vengano riprese in diretta. Si può, ad esempio, mentre si riprende una scena, aver preimpostato una fonte sonora che automaticamente verrà catturata al momento della ripresa. Si intuisce altresì che l’inconsapevolezza obbligatoria degli attori impedisca tutta una serie di finzioni che, sebbene potrebbero essere accettate (si pensi a una finta morte sulla scena) divengono impraticabili. il Primitivismo Digitale non pone limiti alla finzione, anzi, pone il suo accento solo su tutto ciò che può essere fatto credere “in diretta”. Ciò che è precluso, in sintesi, sono le manipolazioni successive. Va altresì ricordato che l’utilizzo di effetti speciali realistici presuppone un investimento che renderebbe inutile poi far riferimento al Primitivismo Digitale, che ne impedisce un montaggio altrettanto professionale.
e nelle costole allestiva fabbriche nelle scapole sorgevano industrie, il metallico,
l’alfabetizzato, serbava geishe nelle iridi per le ore sonnolente,
l’aperitivo è virale, nuziale il patto e nuziale la fede
alla scuola Rigautiana, novella cucina del verso, radiografie
ne mostrano il feto che sembra danzare
sulla cassa disarmonica della Borsa.
C’è una riga sottile che divide tutto questo dalla realtà, protettrice del dono dello specchio.
Mie fami: aspirate al potere.

Sabato 17 settembre 2005
Økapi

Camera mix intervista Milo de Angelis
Festival & Barrique
Oggi e domani, un paio di incaricati Smith & Laforgue saranno al Festival della Letteratura di Mantova in qualità di inviati clandestini per conto della redazione del suddetto festival. Li potrete vedere che distribuiscono libri neri nelle piazze, ognuno con una telecamera in mano. Hanno in mente un piano, ma si riservano di annunciarlo. Novità per le estetiste e gli aspiranti scrittori parrucchieri. La Holden, la scuola di scrittura di Baricco, ha indetto un concorso per natale: il vincitore uscirà su Vanity Fair, la faccenda è sponsorizzata dalle profumerie Limoni, tema del concorso: la vera bellezza del Natale! Sembra uno scherzo, non lo è. Verificare per credere.
Se ne stava seduta in angolo sgranocchiando qualcosa che assomigliava
a Bach e pareva assorta in una contemplazione dal sapore essenziale,
curava (un bicchiere) e non curava, (il labbro sul bicchiere) gli passarono
davanti due elefanti travestiti da golfisti e lei riuscì solo ad alzare
un sopracciglio perplesso notando che aveva finito qualsiasi
cosa avesse dentro al bicchiere, e i suoi occhi si poggiarono nei
miei – c’era un pianista che si assaporava la lentezza delle dita
sognando ninfee e lolite e i suoi occhi, (di lei) nella circostanza –
si poggiarono nei miei e mi guardò come una che avesse visto
un segnale stradale in una strada sterrata del Kenya, perplessa, poi
parve sovrapporre al suo pensiero una sensazione di incredulità,
non potevo essere un segnale stradale così s’alzo di scatto – movimento
di gonna in cascata dal ginocchio alla caviglia e restò appoggiata
con la schiena alla parete, inclinata, e io mi voltai dalla parte opposta
dove il pianista aveva preso un espressione compassionevole, tipica
di chi potrebbe stare per portare a termine una tesi, o aver ritrovato
un oggetto che aveva perduto e al quale teneva
*
prendi le parole ad esempio prendile tutte si potrebbe impazzire
solo su una congiunzione che le parole sono forme, stelle marine,
piccoli ectoplasmi smaniosi di farsi possedere che fluttuano
in un limbo dove si muovono due pesci rossi ansiosi di urlare –
ce ne stavamo, io e il mio amico Kiniger, a discutere sulla
colpevolezza della signorina Reginik, nobile decaduta, che
pare avesse preso l’abitudine di confondersi, se ne stava come
una pausa inchiodata fra due battute, balbettante, e aveva
quello spessore tipico della parola “ambiguità” – o quella
calma da barista nelle situazioni difficili, mi diceva,
Kiniger - che non la giovane aveva intrattenuto una storia di baci
amorosi sotto i platani qualche estate fa e una volta, mi disse,
aveva percorso tutto un boulevard insieme a lei facendo tintinnare
delle tazzine che avevano rubato - che non si capiva bene dove
volesse andare a parare con quel suo modo di vestire, con quegli
atteggiamenti da sposa vendicativa, da pescatore spazientito,
lei era alla stanza – anche adesso – come un regista che avesse
posizionato il proprio corpo al centro della scena e continuasse
a osservarsi, senza soddisfazione, poiché rimanere fermi un quarto
d’ora davanti a un ibiscus (tra l’altro sfiorito) tradiva una sorta di
precario senso sociale, ma la sua forza era in questo, dissi,
il sapersi sparire, capisci Kiniger, quella è una che si cucina
da sola mentre parla al telefono o che mette sedici candele
in terra prima di farsi il bagno – è un’amorevole figlia di dio
a cui piace giocare da sola e dio è felice quando le sue bimbe
s’appartano e si concedono in spettacoli esclusivi per il
nostro manchevole signore dell’assenza – e appena dopo
averlo detto tutti i presenti presero ad osservarla mentre lei –
proprio lei
*
la cura la giusta abnegazione, ci vuole del tatto, ci vogliono
i sensi acuti e questa lama sempre puntata al collo, l’uguaglianza
è una prospettiva atroce e l’individualismo altrettanto, per questo
quando camminiamo di fianco uno all’altro parliamo di processi,
di intenzioni, ci distraiamo, fissiamo i piedi della ragazze, cosa
vuoi fare se dopo un’estate viene l’autunno, cosa vuoi imparare
che ti possa essere utile nei momenti atroci, quando lei
non vuole farla finita e tu non vorresti essere troppo duro
ma la vista del suo decolleté ti fa pensare che forse si potrebbe
essere burro ancora una volta e se non fosse finito il gin,
chi può dirlo?
La musica è un fachiro che si sdraia sui chiodi e Frida Calo
bruciò in un rogo di pixel disgustoso – la sera della mattanza,
quando Elena Reginik entrò nella casa avvolta in una calma irreale
e si diresse allo scrittoio, dal quale prese un pennarello col quale
dipinse tutta la casa della scritta – Mr nabokov, are you really
so hooked on little girls?
e l’eterosessualità e la polizia crollarono come un quadro, come
una famiglia, avvolte nella placenta di una sterile calma
*
saremo futili io e te, ci sprecheremo, cos’altro vuoi fare,
renderti utile? Disse Elena Reginik che per l’occasione
mi si era presentata con un nome diverso che dimenticai
al secondo giro di rum – mi aveva avvicinato chiedendo
se avessi un accendino e aveva preso a fumarmi vicino
muovendo la testa a destra e a sinistra come una ballerina
di tango incapace di reggere uno sguardo per più di 14
secondi – il tempo che impiega il rum a possederti –
e continuando a utilizzare tutte parole che finivano col
suffisso –ire – tipo dormire, annuire, scoprire, dimagrire
impazzire e blandire – e io sorridevo benevolo col labbro
incollato al bicchiere, gli occhi fissi sulle sue mani e
le gambe accavallate, non vorrei rendermi utile, dissi,
mentre kiniger notava che ero preso nella conversazione
con la nobile decaduta – vorrei avere l’eleganza e l’inutilità
di uno swaroski capisci, mi piacerebbe essere il pezzo unico
di una collezione e essere spolverato, accudito, ma non necessario,
mentre Elena Reginik aveva preso a tirarsi su la gonna
con il pollice e l’indice grattandosi un ginocchio per la puntura
di una zanzara – è qui che ho un buco temperale, poiché mi ritrovai
in ginocchio a succhiarle un inguine, con lei che chiudeva le
gambe a forbice per il solletico, e mordeva
*
scopare, chiavare, succhiare, sbavare, leccare,
mangiare, annusare, carezzare, dissi, cambia
la declinazione del suffisso e avrai un risultato migliore,
sostenevo, mentre lei si rivestiva piano che era ancora buio,
e una luce lattea gonfiava l’angolo della finestra, la guardai
nel silenzio che scompare, facendo finta di dormire,
chiudersi i bottoni della camicia e allacciarsi il laccetto
della gonna, infilarsi una matita nei capelli e voltarsi
a controllare in che posizione fossi, fetale per l’occasione,
e seguirmi nel mio processo di rivoluzione verbale
chiudendo l’espressione con la parola: dimenticare.
Plant poetry kills poetry stars
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