IRON SONG
Entrò una donna nella stanza, innalzandosi come una brocca, e smoNtandosi un braccio e poi l’altro e poi una gamba disse: sono una donna spettrale.
I rinoceronti continuavano ad essere disegnati più piccoli di com’erano nella realtà dalla mano del bambino, mentre le formiche venivano riprodotte più grandi.
Non me la prenderò con chi afferma di non esser capace di sostenere il dolore d’un cancro e non intralcierò la strada a chi cammina con un suicidio appuntato sulla giacca: incontrai un uomo del genere che mi disse: “Il suicidio deve essere una vocazione” e mi disse: “Fra due anni io mi ucciderò.” E in seguito perfezionò queste coordinate fornendomi una data e un orario esatto. La cosa veramente priva di comicità ma rigida e maestosa come una bocca di marmo che parla con parole di marmo fu che l’uomo, il mattino del suo suicidio, si alzò, si lavò, si preparò accuratamente come se dovesse partire e, in effetti, si uccise. Non gli perdonai mai questa puntualità saccente, tipica dei droghieri.
Concupii in seguito una signora che indossava abiti oblunghi adatti al singhiozzo, spettatori si nascondevano dietro bastoni sorridenti come cicatrici sui polsi, mentre ci amavamo fra le cosce spalcate d’un teatro, le sfingi immobili dei suoi seni assistevano ad una strana conversazione di costellazioni e io sbadigliai davanti ad uno specchio e fu lì, e fra mascella e mascella, che capii che tutti possono essere Amleto, tranne Shakespeare. Avevo costole a forma di Ofelia e uscii nella strada, dove lampioni s’addobbavano si una strana luce opaca a forma di pantaloni di donna capovolti. (...)

Egon Schiele - L'abbraccio
Da una pagina del quaderno di Wu:
nutrendo un ossessione per i rimorchi della corrente d'aria -- quelle miniature di dirigibili classici sulle rotelle -- paludi del mirtillo & città del fantasma, popolazione intorno ai giardini e alle altalene, strade della sporcizia invase dal catrame, da pini incastrati nel catrame, baracche di paglia e fango e sedie a dondolo arrugginite isolate come le automobili bruciate fuori, nelle stanze anteriori, come altri paesaggi monotoni (deserto, mare, palude), il Barrens sembra infuso con alimentazione erotica -- non aperto e innocente così come il disordine del languido, quasi un sorriso della natura, come se la terra e l'acqua stesse siano state formate da carne sessuale, membrane, tessuto spugnoso. Desideriamo accovacciarci là, forse una casetta abbandonata -- o baracche decadenti di vacanza su una certa strada principale in disuso della contea -- o appena un lotto di terreno boschivo dove parcheggiamo 2 o 3 correnti d'aria nascoste dietro i pini vicino all' insenatura o al foro di vento modulato nella nuda roccia.
La corrente d'aria è coperta con le coperte persiane, il prato è abbondante con le erbacce soddisfatte, la camera si trasforma in una tela di legno nel nudo di luglio e della mezzanotte, metà-si apre alle stelle, calde con sudore epicureo, scorso veloce dalla respirazione dei pini.
Ragazze di instabilità, messe e disordine, ecstasy e infanzia poiché l'insurrezione personale è permanente -- collezioni di rane, lumache, vanno -- orinanti nella luce lunare -- 11, 12, 13 volte -- abbastanza vecchie a sedici anni da rigettare indietro il controllo della loro propria storia dai genitori, la scuola, il benessere, la TV -- in tensione venute con me nel quadro -- disse "coltiveremo una marca locale della corda senza semi per finanziare i nostri lussi e contemplazioni dell'alchimia estiva" -- e per non produrre al contrario niente se non i manufatti di terrorismo poetico dei nostri corpi, divoratori di uva -- questa è la nostra economia. Il succo delle cose quando è svincolato dalla legge, ogni molecola un'orchidea, ogni atomo una perla a coscienza attenta -- questo è il nostro mito pagano.
Testo estrapolato a caso da BLAUMEN - di Omar Kesabian
Dice un polacco coi baffi finito a scrivere biglietti d’auguri ai cavalli che un filosofo, per essere degno di stima, debba predicare con l’esempio: si intende, a questo punto, come l’unica domanda a cui la filosofia si deve prendere la cura di rispondere sia il suicidio.
Se la vita valga, o no, la pena d’esser vissuta, è l’esempio che un filosofo è costretto a dare.
Dicevo questo a lei, che masticava un oliva e allineava i noccioli sul tavolo, ci componeva lettere.
Scrisse: kamikaze.
Il vento di dio.
Immaginavo i neri aerei dei giap schiantarsi alle sei del mattino sul tenero risveglio di pearl harbor, e le chiesi “Ma come fa uno a togliersi la vita, me lo spieghi?” palesando tutto ciò che contraddistingue un ateo da un religioso.
Lei s’alzava improvvisamente sbattendo un’anca al tavolo: “Sono dei minorati mentali, forse”
E spariva, probabilmente di ritorno nel suo pianeta divano, chiazza rossa su un pavimento bianco, spaventosamente osceno, mentre la filosofia non si decideva a dare una risposta e le due parti opposte si sfidavano in carne e ossa a colpi di teste tagliate e peni al guinzaglio, dove la parola non arrivava più a contenere, e quindi: La seconda sorella Blaumen mi frugava con le mani fra le gambe, mentre ero intento a sbattere due uova in un piatto, aggiungendoci zucchero con mano da chirurgo.
Si chiamava Sa, si faceva chiamare Sa ma il suo nome era Sara, io le dicevo scusami Sara e lei diceva Sa, mi chiamo Sa, ed era in ginocchio.
E nessuno aveva ancora parlato della cosa, dell’amore.
La filosofia avrebbe voluto essere al mio posto.
QUESITO CON LA SUSI
Vi pongo di fronte a un dilemma: supponiamo che qualcuno indìca, su un blog, un gioco fatto in questa maniera: bisogna inviare l'incipit di un romanzo al fine, poi, di fare un libro di incipit.
Un autore invia questo incipit:
"Finisce con la punta delle dita sporche, distribuendo scontrini di scommesse a ganzi sprovveduti in una sera d'afa sfasciata aderente alle case come una sciarpa."
Si da il caso, però, che esista un altro incipit, di un altro autore, pubblicato due anni prima, che fa così:
"Finisci con la punta delle dita sporche, cadendo a strapiombo dentro di te in una sera di nebbia sfasciata aderente alle case come una sciarpa. In solitudine propiziatoria distribuisci fiaccole."
La domanda è: si tratta di plagio o di libera interpretazione?
A
DA: BLAUMEN, di Omar Kesabian
Il gatto è a pancia in su, sdraiato nel salone come una donna in posizione missionaria.
I suoi tacchi lasciano dei segni su pavimento.
Componendoli, mentre ne seguo la scia lenta, vedo muoversi un serpente.
Una valigia nera in un angolo.
Lei s’accende una sigaretta.
“Non mi piacciono le ragazze che fumano una sigaretta.”
“Non siamo necessariamente predisposte a catturare la tua attenzione.”
“Mi piace vedere la sigaretta nelle mani, come si muovono le mani di una ragazza che tengono una sigaretta.”
“Io sono una donna, non sono una ragazza.”
“Tu sei una bambina, come me.”
L’ombra di un divano rosso è simile all’ombra prodotta da un divano nero? Può essere, ma nel frattempo, l’ombra di un divano rosso formava la figura d’un prete calvo accucciato nella nebbia, e cosa significava questo?
Fuori, nella strada, c’era certamente un cristo che decideva di morire.
“Lo fa tutti i giorni.” Disse lei, nei tacchi, nel suono, della sua voce.
“Cosa.”
“Stare a pancia in su, e dondolare sul dorso. Mi imita.”
*
Elemento di disturbo, mia estrema consolazione, labbra gonfie di pianto, mia assenza costante, dalla peluria sottile sul collo all’albume grasso che gocciola sotto l’orizzonte, fra queste tensioni ho imparato a misurarmi: un respiro con il passo della lumaca, uno sguardo con l’inedia di due amanti che si conficcano cose in corpo, un’intera quaresima di ascelle depilate e fianchi, su cui porgere fiori, o piangere.
Ha due nei vicini, come stelle doppie, fra i seni, e vicino al ginocchio, a cui ho dato il nome di Sorelle Maggiori, e Sorelle Minori, nella mappatura astrale che sto stilando del tuo corpo, nella costellazione del divano, dove vivi.
“Non metto i piedi in terra perché i tuoi gatti pungono”
*
Lei è evaporata, disintegrata, dimenticati i fiocchi di neve dimenticati i semafori rotti e le ascelle lei, vaga nuda per un segno, ragazza posacenere poggiata in grembo, paura di invecchiare lasciami ad annegare, paura di ascoltare lasciami ad immaginare, attorno alla tua fotografia un sabba di fantasmi, lei, l’evaporata lei e ancora lei, l’assassinata.
*
Notte d’estate, notte di angeliche torte alla mela, angoli mordicchiati di biscotti e le matite che rotolano piano, morbide come palpebre sui tavolini dimenticati, non sorvegliati, l’inusuale accomodarsi in angoli estranei perdendo gli occhi in un’istantanea di primavera (elogio della debolezza) gli occhi, persi, diversi, andati, non saldati, sui divani a cambiare posizione, immacolati nell’aura della televisione.
*
Tu dici il Tamigi, tu dici “camper” come niente fosse, io di mio già cammino lento, come una tartaruga, che l’idea di portarmi dietro una casa mi affascina, ma i ragni, prendi i ragni, loro la casa
la fabbricano, sono una specie evoluta i ragni, ma poi te ne resti sbarellante sulla soglia della camera da letto, i pollici dei piedi puntati verso l’alto mentre le unghie al latte serale ti crescono
pigre, e sbuffi: “Non riesco a dormire con la notte incastrata nella schiena.”
*
Vaga nuda per un segno annusando le spezie del sonno, le piccole tregue alla morte non hanno condono alcuno, qualcuno soffia sugli occhi dei bambini per togliere la fiamma che ci si muove dentro?
Ho vinto la coppa italia, e ai milanisti che passano per di qui mi preme ricordare, con un aneddoto del nemico Totti, la semifinale d'andata: Quattro. Muti. A casa.
Agli juventini il mio più sincero augurio di esser coinvolti nello scandalo scommesse, ai milanisti no, tanto anche se fosse fanno una legge ad hoc e cambiano le regole, col rieschio di salvare pure i bianconeri....
Lei è evaporata, disintegrata
dimenticati i fiocchi di neve dimenticati
i semafori rotti e le ascelle lei
vaga nuda per un segno
ragazza posacenere poggiata in grembo
paura di invecchiare lasciami ad annegare
paura di ascoltare lasciami ad immaginare
attorno alla tua fotografia un sabba di fantasmi
lei, l’evaporata e ancora lei
l’assassinata
*
notte d’estate notte di angeliche torte alla mela
angoli mordicchiati di biscotti e le matite
che rotolano piano, morbide come palpebre
sui tavolini non visti, non sorvegliati
l’inusuale accomodarsi in angoli estranei
perdendo gli occhi in un’istantanea di primavera
(elogio della debolezza)
gli occhi, persi, diversi, andati, non saldati
sui divani a cambiare posizione
immacolati nell’aura della televisione
*
vaga nuda per un segno annusando le spezie del sonno
le piccole tregue alla morte non hanno condono alcuno
qualcuno soffia sugli occhi dei bambini per togliere
la fiamma che dentro si muove?
Sinistri inebetiti mahler, danzanti nella luce,
i disegni della polvere sono osservati dagli occhi dei folli
e io non riesco a vivermi dentro ma esco, dagli occhi come da una soglia
e resto a fissare l’esitante valico, incerto, come una nube ad innesco.

IL SUONO E IL PESCE
[Mentre giaccio sotto la coperta, al caldo come un tubero
So che questo corpo non sarà mai al sicuro dal danno so
Che questo corpo non germoglierà
Mentre ti sfioro i capelli, spole senza vento
Tocco la mia pelle per sentirmi ancora intero
Per sentirmi ancora intatto o soltanto
(dentro)
Se solo tu tornassi da me
Se solo ritornassi nel tuo lato
Se solo mi contenessi ancora
I cavalli bianchi fluiscono, il fuoco delle memorie, la caduta lenta del ritmo
Nera e perduta madre di bellezza io
Ti amo così
Argento ed oro e preziosi e preziosi
E perle nella carne dell’ostrica
Ora il dio assopito qui sopra ha mandato giù tutto
Pioggia e fanali e archietetture e reietti ma
Ha dimenticato l’amore amniotico
E nel tessuto delle lenzuola sono solo un’ennesima
Morbida piega a dimenticare
Un calzino inosservato fra il materasso e le coperte
E ho pensato che danneggiassi mia madre
E ho temuto di non potermi risvegliare dall’incubo in cui l’ho succhiata dentro
E tirata a me come quando
Ero fra le cupole morbide della sua carne a nutrire
(pioggia fuori)
e nel sogno mi sono svegliato senz’acqua attorno
(pioggia dentro)
Io vado dove bruciano, poiché è esattamente come fu.
Non scriverò niente.
Sarò suono e pesce, e galleggerò]
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Plant poetry kills poetry stars
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