
Sì, al mattino m’entri dentro silenziosa
come passi di moquette
i cadaveri degli ingressi, uccisi la sera prima
ancora sparpagliati fuori
con le braccia gelate e spigolose come ossa di pollo fredde
e sì, ho lasciato l’uscio aperto, quindi, accomodati.
*
sarebbe buona educazione lasciare l’appartamento imbiancato
così come viene preso in consegna
*
come scale a pioli, strette verso l’alto, dove immagini una mansarda
ma di lì, ascolta bene, devi cominciare a contare sulla tua immaginazione
così cerca di impilare questi versi di graffi, usa tutto, corrompi,
sii selvatica nell’annunciazione di un disastro e distraiti sempre
prima che il tuo sensa venga avvinto
da questa quantità di cose inutili:
ora, arrampicati.
Il senso di vertigine non è dovuto dall’altezza
ma dall’ampiezza del posto, ne convengo:
troppo bianco che non si capisce dove
*
se hai un paio di ali usale
se hai solo un paio di scapole
agita le mani veloce e non credere all’esistenza
di un pavimento dove schiantarti
*
così, con quest’aria gassosa, invase i territori
dapprima rimanendo ad un metro da terra come
la nicotina, quindi, prodigiosa nella metamorfosi
eccola liquida, in pozze sul pavimento, o in gocce
che tendono a salire, gravitazionalmente dissociate,
pianto all’inverso di occhi senza pace.
Hai altri elementi? Chiesi.
Ma già pesante, con quella carne senza aggettivi,
era ovunque, aprendo tende e sorrisi,
che entrino dieci luci diverse, disse, le silenziose invadenti
che ti vengano a cercare loro, le mie ancelle
conoscono gli alfabeti della polvere e della vernice del sogno
con la quale hai dipinto questo posto
si impalmeranno i visi di soffice porcellana, le porcelline.
*
Quel rumore che ti sveglia alle tre di notte
quel ronzare di bolle
sono pavoni.
Viene dal cortile dietro alla casa.
Il pensiero che ti taglia la mente
mentre non riesci a riprendere sonno
è il suo diniego alla tua idea
di aprire un negozio di fiori.
Gli italiani non comprano fiori.
Gli orologi stanno cadendo dai muri
come i quadri di Bosch
sono porte sull’inferno in caduta anteriore.
I pavoni non tengono la testa sottoterra e alla luna
si scuotono i petali di certi fiori violetti
che non vede nessuno.
*
L’appartamento non era imbiancato, c’erano
impronte di piedi sui muri, e per entrare ho dovuto
scassinare la serratura
non sei omaggio, mon petit coeur
sei ostaggio
*
così le frasi sull’amore, capite
questi bigliettini speciali, diversi per ognuno
le coppie di parrocchetti
le coppie di formiche
le coppie di rose appese a testa in giù
continuano nella loro passeggiata
le peripatetiche
e dei passi che compiono non immaginano
né la sostanza né la memoria
ma ciò che conta è questa vibrazione
diresti un sentire comune
o un sentire comunque
che oltre quest’addizione di uno più uno
non ottiene risultati
ma resta impigliata nel fascino della formula
e s’illumina.
IN CASO DI NECESSITA' ROMPERE IL VETRO - Frammento di Federico Blò
Suadente, prodigioso adagio, sistematico e vegetale assisteva all’esternazione di sé, coordinato ed educato nella sala, sbiancato fra le appliques e affatto romantico, con le persone che portavano i loro volti al guinzaglio, i bicchieri, tutti quei bicchieri, mi dicevo devi essere ciò che ami, non ciò che ama te, finché la sua pancia, atroce e dolorosa, e tutto questo parlare fra il fumo, e andò, andò per la sala per raggiungere un tavolo, il suo tavolo, andò per la sala, camminò, camminò spedito per raggiungere il suo tavolo, ma a metà della stanza, proprio sotto al lampadario, un grosso lampadario dorato con ventiquattro bracci, e alla fine di ciascun braccio tre bracci più piccoli, e alla fine di ciascun braccio più piccolo altri tre bracci ancora più piccoli, e su tutti questi bracci, i grandi, i medi e i piccoli, una candela bianca, e tutte le candele erano accese, e proprio sotto a questo lampadario, a metà della stanza, si svegliò, e si fermò, e sbatté gli occhi, e fu sveglio, fu fermo in piedi, sveglio, al centro del treno, nel vagone ristorante.
Desiderava un caffè, inesplorato fra le lampade alllineate a destra, una tossiva, fuori una radura brulla correva veloce e asociale, si voltò verso il bar, nessuno, come nessuno era nella sala ristorante, solo le lampadine furiosamente allineate, una con la tosse, la voglia di caffè, il ricordo delle candele e uno sbatter di ciglia, e ora questo treno. Evidentemente era in viaggio, ma non ricordava di essere partito, né di avere qualcosa di urgente da sbrigare tale da averlo messo su un treno con quelle tazzine di plastica che tremavano sui tavolini, e scivolavano, e d’improvviso sentì il bisogno di svuotarsi la vescica, camminò ondeggiando lungo la trachea della sala ristorante, una porta s’aprì sbuffando, e lo inghiottì.
Era un vagone, gli scompartimenti, era notte, i finestrini neri, c’era luce al neon, era tutto grigio, era un vagone tutto grigio, gli scompartimenti, era un treno, un treno nella notte, grigio, tutto grigio con i neon, la tappezzeria grigia, i cuscini grigi, i sedili, gli scompartimenti grigi, i corridoi, le porte a soffietto. Era un treno molto silenzioso, comunque, moderno, molto all’avanguardia, sembrava. Attraversava i vagoni, pensava di essere su un treno di notte, nella notte, e pensava di attraversare i vagoni del treno, di camminare nei corridoi grigi del treno, nella notte, pensava lentamente, camminava, avanzava spedito sul treno, tra i vagoni, le porte a soffietto, finché vide qualcosa, e si fermò a pensare a cosa aveva visto, e si fermò, smise di camminare, si fermò nel corridoio, aveva visto qualcuno in uno scompartimento, e tornò indietro, guardò, e vide qualcuno, lei, una ragazza, una donna, una persona in uno scompartimento. E si fermò sulla soglia, chiuse gli occhi, e la ragazza lo guardava, e sapeva delle cose, aveva capito delle cose, e aspettava.
Si sedette di fronte alla ragazza, ma non nella stessa fila, in diagonale, diede un colpo di tosse, la ragazza fece per sistemarsi la gonna, le dita sottili con la traccia lebbrosa e consumata d’uno smalto, mani mobili e tragiche, che presero a spiegazzare un risvolto della gonna. Doveva sapere. Chiese: dà noia se fumo? La ragazza rispose che non si poteva fumare, no, proprio non si poteva. Lui disse, quando arriveremo domattina non vedo l’ora di prendere un bel caffè, e fumarmi una sigaretta, e mentre lo disse pensò a Stalin, a cose ordinate e rigide, all’acciaio, lo disse pensando all’acciaio. La ragazza lo fissava, aveva la pelle chiara e gli occhi neri e mobili, fissava lui e fissava se stessa nel vetro e fissava lui e fissava se stessa e non parlava. S’improvvisò primavera e si fece sbocciare un sorriso e si fece d’improvviso autunno e ritrò il sorriso a sé, e non parlava. Evidentemente sapeva. Torceva la caviglia, le gambe accavallate, torceva e dondolava piano la caviglia e anche lui accavallò una gamba, ma poi si trovò scomodo, e lei sapeva, e lui disse: sai dove stiamo andando? Fuori un finestrino nero scorreva e scorreva fra le facce grigie dei sedili e le loro facce bianche e lei disse piano tre concetti, slegati: sono scomoda; non mi ricordo niente; hai una sigaretta?
“Questi sedili sono comodi” disse lui.
“Non capisco quello che dici” disse lei.
“Questi sedili sono comodi” ripeté lui.
“Non capisco quello che dici” ripeté lei.
“Mi dispiace, non ce l’ho, non fumo” disse lui.
“Non mi ricordo niente” disse lei.
“Anzi, fumo, ma non ce l’ho, non abbiamo sigarette” disse lui, come per.
“Sono scomoda” disse lei.
“Non capisco quello che dici” disse lui.
“Hai visto, sul treno non c’è nessuno” disse lei.
“Non ho visto tutto il treno” disse lui.
“Io ho visto tutto il treno, non c’è nessuno sul treno” disse lei.
“E’ un treno molto bello, è un treno moderno” disse lui.
“E’ un treno di quelli nuovi, un treno comodissimo” disse lei.
“Eppure tu sei scomoda, dici” disse lui.
“Scherzavo” disse lei.
E lui si fece cattivo, si adombrò, gli vennero pensieri brutti, voltò la testa, si alzò, si rimise seduto, la guardò, aprì la bocca, lei sorrideva, lei era perversa, lei sapeva delle cose, si sentì male, si alzò, la guardò da in piedi, in piedi nello scompartimento la guardava, uscì nel corridoio, guardò il nero fuori dal finestrino, guardò il finestrino nero, guardò il nero, poi guardò lo scompartimento da fuori, lei seduta tranquilla, che sorrideva, lo guardava, e rientrò, si rimise seduto, strizzò gli occhi, strinse i pugni, riaprì gli occhi, riaprì le mani, e la guardò, le sorrise, non era bella, non era strana, e le sorrise, e abbassò lo sguardo.
“Allora” disse lui.
“Eh” disse lei, e tirò fuori un pacchetto di Marlboro.
In ogni caso si deve arrivare, aveva detto lei, da qualche parte si arriva, ne convennero, e s’accesero una sigaretta per uno, lei con un polso maggiormente socievole, erano comodi nella prospettiva che da qualche parte sarebbero arrivati, fuori le luci andavano e venivano morbide e caute nell’oscurità, morbide che cominciò a piovere. Entrambi fissavano le righe che la pioggia allungava sul finestrino, righe lunghe e tristi, mille lacrime veloci e perdute, disse lei, le competizioni che ci hanno insegnato, disse lui, e annuivano e comunque c’era qualcosa che non andava bene, “qualcosa non va bene” disse lui, ed entrambi si trovarono avvolti e nutriti da un’aria irreale, ho paura, disse lei, e lui si fece rigido, e rimase fermo. Zitto. Passarono il tempo, o fu il tempo a passare loro, e dopo che entrambi erano rimasti incastrati nei rispettivi silenzi s’udirono i passi. Si voltarono entrambi e la porta dello scompartimento s’aprì. Ho paura, disse lei, e lui lo sapeva, e pensava a cose colorate, costumi fosforescenti su pelli bianche, lungo lo scompartimento avanzarono due ragazze giovani, entrambe in tailleur e con i tacchi, appoggiavano qualcosa sui sedili, qualcosa che non capiva, finché arrivarono da loro, una bionda e una mora, gli sorrisero, gli consegnarono un portachiavi in gommapiuma con su scritto “mr tamburino non ho voglia di scherzare” e una cartolina con un treno d’auguri per Natale, lui si immaginò d’improvviso coinvolto in una lunga tranquilla sinuosa orgia a quattro con lingue e mani e piedi e bocche e nel mentre del pensiero le seguirono con lo sguardo, sorridere e svanire, semplici come un atto mancato, come uno sparo in una via del centro. “Ho paura” disse lei, lui pensò a un’ora di ginnastica o di religione, una cosa vuota.
“Sono passate anche prima” disse lei, improvvisamente annoiata.
“Sei troppo geometrica” disse lui.
“Mi annoi” disse lei.
“Mi disgusti” disse lui.
“Non era di questo che stavamo parlando” disse lei.
“Io non ti conosco” disse lui.
“Non era di questo che stavamo parlando” ripeté lei.
“Sono un po’ confuso” disse lui.
“Sono passate anche prima” disse lei.
“Ho una brutta sensazione” disse lui.
“Ti ho detto che ho paura” disse lei.
“Non ti conosco” disse lui.
“Mi annoi” disse lei.
“Tutto questo è assurdo” disse lui.
“Non sai di cosa stai parlando” disse lei.
“Non so con chi sto parlando” disse lui.
“Puoi andare a sederti altrove” disse lei.
“No” disse lui.
“Sì” disse lei.
“No” ripeté lui.
“Puoi andare a sederti in un altro scompartimento” disse lei.
“No” ripeté lui, e non poteva.
“No” convenne lei.
“Abbracciami” disse lui.
“Sì” disse lei.
Erano entrambi terrorizzati. Non volevano dirsi delle cose, non volevano parlare. Era notte. Non si toccarono, si addormentarono, o furono svegli, e sognarono, quella o altre cose, cose che non cambiavano, che erano sicure.
Li sorprese la luce, avvinghiati, in certo modo privi, li sorprese con un tenue vagito, mosso da un’onda debole che terminava la sua risacca nel cristallino del suo occhio sinistro, per portarlo fuori dal sonno. Lui era sdraiato con i piedi allungati sul sedile, lei con la testa sulle sue gambe, come una foglia appena caduta. Fuori dal finestrino s’apriva una pianura sincopata da enormi buche nel terreno, come se una bestia si fosse abbattuta sul terreno in cerca di qualcosa, tutto procedeva e scorreva come su un nastro. “Arriveremo” le sussurrò all’orecchio mentre si svegliava, e le sistemò i capelli dietro un’orecchia. Passò una vecchia cinese con una busta di plastica colma di indumenti e un ombrello, che gli inveì contro in cinese. Lui pensava all’autista di un autobus che attendeva due minuti in più alla partenza per il gusto di guardare le persone che arrivavano in ritardo, ormai senza speranza, correre e ringraziare e lei gli chiese, a cosa stai pensando? all’autista di un autobus, disse lui, e passò l’uomo delle bevande brandendo un foulard giallo e inforcando un paio d’occhiali da sole per infittire il mistero, urlando caffè panini giornali caffè panini giornali, e lei disse voglio un panino, e lui disse voglio un caffè, e l’uomo delle bevande gli lasciò un giornale e lui chiese sa per caso qual è la prossima fermata, e l’uomo rispose caffè panini giornali e lei disse sul giornale non c’è scritto niente, e lui disse sul giornale non c’è mai scritto niente, e lei disse non fare l’idiota e lanciò il giornale lontano che svolazzò come una farfalla umida e grassa che s’afflosciò su un sedile e scivolò in terra. Lui s’alzò e prese la farfalla grassa e smembrata, prese il giornale, lo aprì e le pagine erano piene di scritte, file di parole e numeri, e alcune foto ma di parti del corpo, pance e occhi e cose così, e file di tautogrammi in C e numeri e asterischi, e lui si voltò e disse non c’è scritto niente sul giornale sembra una mostra della Biennale di Venezia senza spiegazioni e lei non c’era più, lui guardava le sue gambe che uscivano dallo scompartimento e così la sua ombra, e pensò: la detesto.

Quel rumore che ti sveglia alle tre di notte, quel ronzare di bolle, sono pavoni.
Vengono dal cortile dietro alla casa.
Il pensiero che ti taglia la mente mentre non riesci a riprendere sonno è il diniego di Natalja alla tua idea di aprire un negozio di fiori.
Gli italiani non comprano fiori.
Gli orologi stanno cadendo dai muri, come i quadri di Bosch, sono porte sull’inferno in caduta anteriore.
I pavoni non tengono la testa sottoterra e alla luna si scuotono i petali di certi fiori violetti che non vede nessuno.
D 7
Straight as an arrow Defect defect Not straight, not so straight Reject reject Towards anti-social Solo solo Standing on the stairs Cold, cold morning Ghostly image of fear Mayday mayday Gonna leave this region They'll take me with them Demension seven
LIGHTNUMB
“Per pensare alla ghianda bisogna diventarne l’albero.”
Djuna Barnes
Nacqui distante da me, col labbro già in punto di morte.
Spesi la mia giovinezza a cercare di trovarla e invecchiai immalinconedomi come una candela che spegnendosi ricorda quando era alta, e magra, lei.
In me, sotto l’ombra delle mie palpebre, una tragedia inesplicata si celava, indicibile come il vero senso dell’Amleto di Shakespeare, il quale fa uccidere Ofelia, l’assassino del padre e se stesso pur di non compiere l’unico atto che avrebbe potuto ricompensarlo: copulare con la madre per espiare peccato, peccatrice e osservatore.
(Nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo)
Mia cara signora, dia retta a me, possediamo di tutta una vita un enorme disgusto e di questo tendiamo a riferire una parola, mai la sua alchimia.
Lei si diletta nella scrittura?
Cominci a dimenticarsi allora, a stornare dall’elenco ogni frase che assembla.
Un mio amico centurione, fumando un sigaro danese, (ne conservo ancora l’involucro a forma di missile pynchoniano) mi rivelò che tutta la scrittura si riduce ad una scelta minuziosa delle metafore e che il linguaggio, una volta disposto sul tavolo operatorio, è fatto di organi - un tempo vivi - ora disposti in fila sopra un lenzuolo bianco.
Il morto elenco disassemblato un tempo chiamavamo “una persona”, e di esso avevamo rispetto, lui stesso osava preoccuparsi del suo modo d’essere.
Ora nessuno si occupa più di lui, noi stessi lo stiamo dividendo e chiamiamo lui cuore, fegato, polmoni.
Quando una persona ride lei immagina i muscoli contrarsi, immagina i suoi intestini, oppure si concentra su ciò che ha provocato la risata?
Di questo stiamo parlando, della funzione del gesto, non della sua risibile operosità, del suo marchingegno.
Di dio, gli impauriti o i fedeli rispettano il risposo e l’assenza, non l’attribuzione del dolore fornito in maniera uguale ad ogni uomo.
Risalendo verso le iridi anche l’atto sessuale riproduce un lamento, un lento lamento che tende a esaurirsi in un piagnisteo.
Signora, mi sta ascoltando?
Si metta comoda, le verso da bere.
Fra breve le parlerò della notte, del sogno, della vaghezza di questo intento e di quest’altro.
Deve rincasare?
Dimentichi tutto, suo marito, la sua famiglia, saranno morti anche domani, e magari adesso la stanno sognando reale come non è stata mai.
Lei qui dinanzi a me non ha neppure un nome.
Diceva di voler leggere le mie poesie, le ha lette, e ore s’accalca alla mia porta in cerca di spiegazioni, di formule.
Non fissi il dito per favore, il dito sta indicando.
Vuole imparare a scrivere come me?
L’affermazione stessa contiene già due assunti sbagliati: l’assenza di soggettività e la pretesa della ripetizione, che vanno contro ogni atto creativo, inutile o futile che sia.
Potrei dirle questo: cominci col farsi morire a carattere retroattivo entrambi i genitori e poi mi dica, le piace la cioccolata?
Non se la faccia piacere, poiché a me disgusta.
Potrei dirle questo?
Cosa vuole che le dica?
Alzi quel bicchiere, e ascolti.
Un’amante non cerca la propria amata, cerca la sua assenza.
Vuole che lei vada verso una notte che non potrà condividere e vuole desiderare, magari immaginarla a letto con qualcun altro e con quel qualcun altro entrare in un’improbabile competizione che assottigli le sua mancanze, le sue imperfezioni.
Chi desidera non tocca.
Chi tocca ha cessato di desiderare ed è già in cerca.
Lei, distesa su un letto, è posseduta da legioni di sconosciuti che sognando le si accalcano attorno alle cosce.
Il sonno stesso non ci appartiene, ci esclude.
Nostra è l’attesa del sonno, (nostra è la resa) la sua porta è celata.
“Come fate a vivere se questa vostra saggezza non è solo la verità ma ne è anche il prezzo?”
Aspetti un attimo, non faccia domande insolenti, sto arrivando al senso della notte.
Roma bruciò di notte, crede che di giorno avrebbe avuto lo stesso potere evocativo?
Poiché di suggestioni stiamo parlando signora cara, di null’altro.
Lei leggendomi crede d’avermi compreso?
Le mie poesie vogliono litigare con lei, lo fanno anche con me, tutto il tempo.
Glielo confesso: le mie poesie hanno detto che vogliono leggerla, e così hanno fatto.
Ora le parlerò di lei, se così desidera, del suo desiderio d’asportazione.
Mi pare di aver letto nei suoi versi un certo gusto per la dissoluzione e l’oltraggio, lei vuole apparire trasgressiva perché presumo che fondamentalmente non lo sia e forse neppure lo desidera.
Lei cerca l’amore e il suo amore è nella confutazione che viene dall’altro, chiunque altro si trovi di fronte.
Lei è il soldato che senza la guerra cessa di avere ragion d’essere e parte in cerca di nuove perdite.
Il suo stesso rivolgersi ad un altro è già un procurar battaglia.
Come la giovinezza si rimpiange nell’assenza, così la sua felicità ha necessità di essere oltrepassata per mantenere perlomeno un’eco di nostalgia, di dolce dolore.
La vita tutta, mi perdoni il sofismo, è nascere in una stanza vuota e camminare verso l’uscita.
Parvenze di quest’uscita ci sono fornite dalla notte e dal sonno, il secondo non ha bisogno di noi, la prima ci nasconde, ci altera il volto mentre noi non ci siamo, ci mette in disordine i pensieri, li violenta.
No aspetti.
È troppo facile considerare, dopo questa affermazione, l’immagine dello specchio dove ora si sta guardando come l’unica nostra reale, nonostante ci siano tutti i miei occhi a confutarla.
Non incroci gli occhi e non si lasci distrarre dal dito.
Non le sto insegnando a scrivere, le sto spiegando come evadere dalla propria scrittura, cosicché anche lei, quando qualcuno verrà a bussarle alla porta, potrà comprendere come egli stia parlando di qualcuno che non è già più presente.
C’è solo un modo per scrivere.
(me lo dica me lo dica me lo dica maledica)
Deve farlo come se nessuno dovesse leggere mai.
BEING ALESSANDRO ANSUINI Non ricordo esattamente il giorno in cui divenni Alessandro Ansuini, intendo così come appare nel vostro immaginario. Considerate questo, da principio: il mio vuoto frontale, il mio doppio seduto davanti a me, vive perennemente una condizione di frustrazione, dovuta all’aver sprecato due talenti: - fare il gigolò a pagamento - vincere il pallone d’oro Ora, preso atto dell’assoluta mancanza di rispetto che Alessandro Ansuini nutre per qualsiasi forma di talento, soprattutto dei suoi, lo potete trovare, occasionalmente, fotografato su internet, oppure diluito in parole che se messe una in fila all’altra restituiranno l’esatta composizione di ciò che è la sua mente: un formicaio. Essere Alessandro Ansuini, così come appare nel vostro immaginario, presuppone che se voi veniste a casa mia, come è capitato proprio ieri a quattro poeti (o più esattamente: una scrittrice, un creatore, un chimico e una poetessa, rispettivamente, nell’ordine: Rossella Valentino, Andrea Rossetti, David Ponzecchi e Roberta Kirya) sareste costretti a subire le risa di scherno dovute all’accusa di aver preparato una sorta di “casa del poeta”, dove una scarpa col tacco di sei centimetri se ne sta sotto al divano, un perizoma nero su un tavolino fra le candele colanti, la vasellina, in camera da letto, che sorveglia chiunque entri, oltre alla foto di un piede lolitiano incastrato nell’interruttore vicino alla porta. Le persone che vogliono essere Alessandro Ansuini, o che gli dicono, dandogli la mano tremante, “beato te”, dovrebbero considerare cosa significa vivere in un appartamento con due gatti, di cui uno abnorme e peloso, pagare le bollette da solo, lavare, spolverare, stirare, cucinare, cambiare la sabbietta, andare in posta, andare a lavoro, trombare con un polpo (dieci ore di carezze e due colpetti op op) e trovare anche il tempo per essere, Alessandro Ansuini, proprio come voi lo immaginate. Considerate poi, in un ultima analisi, che essere me presuppone il detestarmi a priori, ossia prima di detestare voi, e include il fatto che la scrittura, lungi dalla pretesa noiosissima di parlarvi di me, è quanto di più noioso e doloroso io faccia nella mia immaginaria esistenza. Del meccanismo beniano – lavorio, lavoro e dopo lavoro, che tradotto s’intende stare con le ragazze, scriverne, e far leggere le cose, del meccanismo, dico, la prima parte, fatta eccezione per le serate di champions league, è quella che in assoluto preferisco. Essere me, in definitiva, così esattamente come appaio nel vostro immaginario, dovrebbe consistere nel non deludervi mai, a partire dallo spedire i libri, cosa che, assolutamente, non faccio, poichè il libro non vuole venire da voi, e forse inconsciamente presuppone il lasciare pacchetti di sigarette vuoti sul cruscotto, far trovare bottiglie di vino capovolte in soggiorno, parlare in tre lingue ed essere assolutamente magnetico. Considerato che io non so chi sia Alessandro Ansuini, così come appare nel vostro immaginario, ossia quello che vorrebbe vendere i libri, mi ritrovo a costruire i miei castelli di carte preziosissimi rivolti al nulla, adoratore di un vuoto che non mi comprende, nel senso affettuoso della parola, e non vi comprende, nel senso fisico della parola. E dunque: Alessandro Ansuini è un pesce anemone.* Ho detto alle mie parole, quelle che state per leggere, che le avrei donate ai vostri occhi. Loro hanno detto che sarebbero state felicissime di leggervi, occhio per occhio, e significarvi una cosa: essere Alessandro Ansuini è uno spreco di energie e talento. * Il pesce anemone vive in coppia, e alla morte della compagna il maschio, in preda al dolore, cambia sesso e prova l’altra faccia della luna. |
POISSONS
Le foglie dicono di lei: murmure elle
*
#ecco un disordine orientale#
che sia nell’ovulazione dello sguardo?
---accertamento impossibile---
*
nel mattino, in infusione:
umore da acqua senza nutrimento dimenticata in un vaso
una mano di bambina che disegna una mela e sotto scrive
per l’appunto:
M El a
come quando chiede un cane, o un antibiotico
non accetta che le venga risposto con una canzone
*
Una volta le chiesi di sua madre:
- le do l’acqua tutte le sere, ma si scorda in continuazione
*
non si decide a uccidere una sigaretta con forza
quindi ecco cosa rimane: anello cinabro sul filtro
uncino annerito simile al gomito d’un infermiera
anzi; draga il fumo la luce svuota
raschia le fertilità e in cascata avvizzisce lo sfondo
e lei non fuma
ho mentito su questo e altre contrattazioni di cuccioli
ma piano, come si scorda anche lei
*
le bolle d’aria nelle flebo, ecco, respirano:
ricordatemelo, quando dovrò imitare un pesce
*
le sue pantofole: se la vedete ricordatele di noi
*
cosa faremo per vivere?
aspetta un momento
*
vivevamo fra le lenzuola e una tessitura
di parole così labile che nei vuoti
facevamo poesia da voyuer
e tutta la paura di noi improvvisamente
ci capì
*
perchè stai zitta?
non parlo con le foglie francesi
*
cosa faremo?
i pesci da letto dolce
UNA STAGIONE D'ASSEDIO
- Canto dello sguardo -
La forbice strabica delle tue gambe procedeva sotto l’assolata panoramica della strada. Seguivo con lo sguardo la tua ombra e i passi - immaginavo di scrivere una poesia sul tuo modo di camminare e i passi - ti portavano lontano da me, quando dietro una curva non esisti già più, quando dietro una curva per quanto mi riguarda, adesso lo so, il mondo cessa di essere.
- Canto del pensiero -
Il modo che hai di torcerti una ciocca di capelli nervosa, simile al mio pensiero fisso su di te che sorridi a qualcun’altro. Io in un ufficio dove non sono i tuoi occhi, tu dispersa nel mondo come una bugia. A stento suppongo che esisti, ma il solo sospetto mi fa grattare il collo come un cane rabbioso.
- Canto dell'azione -
Due bicchieri di borgogna rosso e sette candele, muovevo le luci attorno con la maestria di un mago, distribuivo palcoscenici da sottoporre alla tua chirurgia sentimentale, mentre te carezzavi un cane sporco a pancia in sotto. In un tempio sotto la pioggia confessai la mia schiavitù dinanzi alla tua pallida innocenza, in un angolo soffocammo, e mentre lasciavo la tua bocca presi a fissare il muro che avevo di fronte, il muro rosso con una scritta nera che diceva “Parfois j’aimerai mourir” mentre tu ti asciugavi la saliva dalle labbra con il dorso della mano bianca. Deposi la notte sul comodino, attendendo la prima alba a cui dare il tuo nome.
- Canto del turbamento -
Quando si estingue la solitudine rimane una piccola vergine di delinquenziale rammarico, immotivato. Ma tu piangevi già vedendo fiorire gli alberi, e io pensavo fossi solamente sensibile al colore. Mettevi margherite incastrate sulle orecchie, ed entrambi chinavamo il capo, loro secche, io prosciugato. Mi mostrasti la natura spontanea delle cose, mentre ti costruivo intorno un mausoleo di vertigini, non riuscendo a toccare la tua carne.
Proprio io, dedito all’interpretazione dei simboli, fissavo la mano del prestigiatore, e non badavo al resto.
Seguendo l’eco di una campana allontanarsi nell’aria – tu - il rintocco, io, gli occhi distratti - l’eco - assorbita dalle pareti dal cielo, una cosa rossa e piena di carezze che chiamavamo amore.
Nel sogno, angelo mio, eravamo tutti distanti da tutto, vero?
- Canto del sentimento -
Per lei che fugge immacolata come l’agnello scampato alla mattanza, per lei che fu bambina nelle notti atroci, per le sue mani che escono come navi dal porto della manica notturna, immensamente lievi, strati sottili di pelle madreperlacea di luna, per quel modo di morire simile a una fioritura, cadendo all’apice della bellezza, una vergine di desolata solitudine che ci ha conosciuto entrambi, accecati entrambi.
L’amore è un altare, che si santifica nel sacrificio.
Per lei, piango queste immagini, per salvare l’ombra della sua grazia.
- Canto della carne -
Un immagine di profumo, sotto l’assenzio gentile dei platani, un immagine di tenerezza deplorevole. Non fosti mai semplicemente visiva, assemblavi rumori di gusto e carezze olfattive, demolivi i ricordi precedenti con una nuova formula algebrica di sapori e distanze, ed eri ovunque.
Io divenni la sua eclissi nel momento esatto in cui ne spensi la musica magra, uno sbatter di costole e pianeti, desiderando che la parola fosse salvezza e testimone, calore e pazienza.
Angelo, ci stiamo allontanando, provai a sussurrare una notte.
Ma una stanza sola non era sufficiente ad accoglierti nella tua interezza.
- Canto della bellezza -
Volevo toccarti gli occhi da dentro.
Deposi una pacifica lussuria sul davanzale fiorito dei tuoi lineamenti.
Come posso essere degno?
Le tue mani chiedono plateali rese, chiedono di me in ginocchio, le tue mani hanno la parola.
Chiedevi: ci perdoneranno mai per quello che abbiamo fatto?
E mentre la piega dell’orizzonte sovvertiva una stagione d’assedio, ci incamminavamo lungo il calvario spalancato di fiori malsani, una tavola imbandita di paure alla nostra destra, una mano libera a raccogliere la bellezza, l’ultima.
- Canto della fine -
La finestra aperta lasciava entrare la pioggia, tu stagliata contro la luce della luna, carnale, i piedi nudi sul pavimento pieno di vetri infranti.
Non potevo, non potevo essere degno. Non ho mai potuto.
Venivi verso di me con i piedi insanguinati, il diluvio di dentro e il diluvio di fuori, e muovevi la bocca: redento dall’immagine, crocefisso nel tuo ventre, non riuscivo a sentire una sola parola.
Era dunque la fine.
- Canto del ricordo -
Sedemmo, molto anni dopo, uno di fronte all’altra, fissandoci dagli occhi senza palpebre, sotto una veranda assolata.
Avevi una sciarpa di strass, e lasciavi dondolare la caviglia nella quiete del meriggio.
Da una porta blu un cameriere compariva e scompariva.
Con due dita facevi tramare la cenere di una sigaretta sottile, con un dito ricurvo dell’altra mano mi indicavi la tua casa poco distante, dove dividevi letto ed occhi con l’uomo di cui mi parlavi.
Dicesti: ricordi, quando ti dissi che avrei vissuto in Grecia? Chi l’avrebbe mai detto? Adoro passare gli inverni in queste isole.
Sorridevo, distante, una gamba accavallata e la mano in una tasca, ad agitare monete.
Fummo tragici, io e te.
E per quanto mi riguarda quando avrò girato quella curva tu cesserai di esistere, perché il mondo si dissolve dietro gli angoli.
Me lo insegnasti tu, dalla sponda immacolata dei tuoi sedici anni, che furono il mio peccato, la mia bellezza, il nostro altare – il tuo sacrificio.
E tu dimmi, credi di essere stata perdonata per quello che abbiamo fatto?
No, non rispondere.
Sono vecchio, e sto morendo.
Fra breve, quando varcherò il cancello, renderò conto per entrambi.
Lascio la pace dei tuoi occhi, a difesa di queste isole.
Per lei, ho pianto queste immagini, per salvare l’ombra della sua grazia.
da: Ronde de la Nuit, euri 8, acquistabile dal sottoscritto.
da: Il Viaggio Immobile
Vivo dentro di me una separazione inconsolabile simile alla distanza che intercorre fra due innamorati divisi. Essi non si avranno mai, me stesso e l'altro me stesso, la mia corona in fondo al mare, ma come due amanti divisi sanno, così io so: che l'amore esiste.
POST IT
Non dimenticare di timbrare gli occhi nella fessura del giorno.
Caffè.
Lavanderia ore 16, mercoledì.
Se sei paranoico non vuol dire che non ti siano addosso.
INVECE ME NE VADO VIA TUTTA
Note: Questo racconto è liberamente ispirato al film "Il segreto", ed è in vendita.
Dottore, ho fatto un sogno: un deserto, ero in un deserto, e poi c’era un divano rosso, e le dune.
Guardavo le dune e sentivo il vento, il rumore del vento. Dottore i sogni non dovrebbero essere senza suono?
*
Sono sposata da dodici anni, e fra tre settimane compierò trent’anni. Mio marito si chiama Alessandro. Abbiamo una bambina di nome Elin. Elin è un nome svedese. Io lavoro in un negozio svedese. Sono un po’ inquieta, ma tutto sommato sono felice, mi sento bene. Nutro le orchidee con la siringa.
*
Elin ha due anni.
*
Ogni tanto quando sono in ufficio da sola faccio un gioco. Si chiama il gioco del sasso. Si tratta di rimanere fermi, immobili, senza muovere un muscolo, più tempo possibile. Non so cosa capiti esattamente, se dovessi scegliere una parola direi trascendere. Si trascende. Almeno, io trascendo. Mi sembra come di uscire dal corpo, e mi vedo seduta su una sedia, dentro una scatola, impacchettata, e d’improvviso la visione s’allarga, e mi mostra la mia esistenza in una maniera come dire, geometrica, tutti gli spostamenti tesi a portarmi in posti chiusi, la casa, il lavoro, il lavoro, la casa, il supermercato, la palestra, la casa, il lavoro.
Poi d’improvviso rientro nel corpo.
Non mi riesce di masturbarmi con soddisfazione.
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Dottore, ho fatto questo sogno: c’erano degli elefanti su delle altalene, una bambina che urinava china sul water, una lente a contatto, parlavo con qualcuno che non conoscevo e continuavo ad entrare ed uscire da stanze marroni piene di quadri enormi e scuri.