DANTE E ELIOT
Io da qualche parte ho sentito dire che Eliot avesse voluto in gran segreto e senza pubblicità, compararsi al fiorentino immaginando un'opera che fra La Terra Desolata, Mercoledì delle Ceneri e Quattro Quartetti ripetesse simbolicamente l'inferno, il purgatorio, e il paradiso.
Ho anche sentito dire che esiste una manoscritto segreto di Rimbaud, a detta di Verlaine a nome "La Chasse Spirituelle" che è andato smarrito dai famigliari del ragazzino di Charleville.
Sono della Vergine, queste cose mi incuriosiscono.
A
PENSAVO A KAFKA - karpos kafè
Pensavo a Kafka. Pensavo alla genesi del personaggio moderno.
Si imbarca, con un ombrello ed una valigia di cartone, su un bastimento diretto in America, nel nuovo mondo, assumendo le sembianze di un sedicenne che aspira alla grande svolta .
In quegli anni, Pound ed Eliot guardano invece all'Europa...
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La letteratura , non c'è dubbio, fatica ad orientarsi in una "Terra desolata", e al nuovo (il flusso di coscienza joyciano: adeguamento necessario..) si uniscono le "riscritture" di classici della tradizione culturale (necessariamente europea): lo stesso Ulisse è costruito (qui il plot ha ancora la sua, anche se ambigua? funzione) sul parallelo con l'Odissea omerica!
Tralasciando l'irrinunciabile, massicciamente studiato Joyce (il suo Finnegan's Wake forse attende, ancor oggi ,una parola, coraggiosa, a favore o contro...) che nemmeno il contemporaneo Italo Svevo, col filtro naturalistico della sua epoca, comprese, pur sottolineandone la grandezza, altra irrinunciabile artefice è la Woolf:la metafora del fabbro di matrice eliotiana non sussiste, ma forse è valida quella di madre amorosa che crea un personaggio usando "le figure che si formano nella mente"
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In effetti, se scendi nel dettaglio, ti accorgi che uno solo dei tre è un narratore.
Pound ed Eliot sono due poeti, forse gli ultimi due grandi poeti della modernità, quelli della "ricapitolazione" finale dei dogmi umanistici. Non è un caso dunque che guardino all'Europa.
L'America è il luogo dello spaesamento, della frammentazione, dell'identità perduta e rimessa in scena. Di fatto vi sopravvivono, in forma di eroi, solo delle grossolane clonazioni operate dalla morale puritana. Un interessante approfondimento semiotico potrebbe essere una sinossi fra l'epopea della conquista del west e quella della guerra di Troia: Achille e John Wayne, Omero e John Ford. Il tutto in forma di analisi del mito di fondazione.
L'America, inoltre, è la culla del cinema: bisognerebbe capire anche che relazione c'è tra Kafka e quella che allora era un'arte nascente.
P.S. Questo mio intervento è giunto mentre S scriveva il suo secondo. Aggiungo solo che la mia idea su The Finnegan's Wake è semplice: TESTO GRANDIOSO.
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Il romanzo modernista potrebbe somigliare ad un quadro cubista o ad un collage dadaista sia in Europa (Woolf e Pessoa) che in America (Stein, Faulkner). Nei grandi romanzi del 900 il tempo è centrale, ma è un tempo plurale, diversificato, non sequenziale. In Italia, il modernismo ha forse attecchito con minor presa che altrove, fatto sta che dopo gli anni 60 e le neoavanguardie (Gruppo 63), ritorna la narrazione ed il tempo sequenziale (i “picari” li chiama A)…
Ragazzi, voglio un po' d'interazione...
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A!
Kafka e il cinema, dici. Per me questo è un parallelo originale, anche se Kafka ed il teatro, come insegnano i cartelloni degli ultimi anni, è invece un'associazione assai sfruttata (...da chiunque)..
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E la parola coraggiosa sul Finnegan's è arrivata. Mi ci sto spaccando la testa da anni, forse dovrei solo ascoltarne la musica. Che dici, A?
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Virginia Woolf, in un saggio del 1929 afferma: “Mi sono sottratta al dovere di giungere ad una conclusione: donne e romanzo rimangono, per quel che mi riguarda, questioni irrisolte.” Un’ammissione del genere fatta da una donna che ha contribuito a rivoluzionare la forma-romanzo nel secolo scorso può metter fine a qualunque altra elucubrazione.
Il mio è solo il tentativo di un appassionato, che non si è scelta la sua passione, i miei strumenti sono risibili, ma si applica a maggior ragione l’avvertimento dell’autrice inglese: “Quando un argomento si presenta fortemente controverso, non si può sperare di riuscire a dire la verità. Si può solo dimostrare in che modo si è giunti a sostenere l’opinione che se ne ha.”
Dalle epistole di Virginia al marito, agli autori, a tutti...
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(il personaggio)
...frantumato e frammentato in entità psichiche distinte ma riconducibili poi ad una sola, con Woolf in quello che è, da alcuni, considerato il suo capolavoro, Le onde. Pirandello, con Uno, nessuno e centomila, Pessoa con i suoi eteronomi: il personaggio non è che avatar di se stesso e naviga libero del corpo e di tutti i condizionamenti che la vita sociale ci impone nei ristretti limiti dei microcosmi che frequentiamo.
Come in un ambiente simulato in VR (virtual reality), siamo accolti in casuali chat rooms dove, al pari degli altri, forniamo una virtuale rappresentazione tridimensionale di noi stessi.
Tutto questo oggi si chiama Internet, ma la letteratura l’aveva accuratamente previsto con largo anticipo ed è forse nell’ Arcobaleno della Gravità (1973), ‘opus magnum’ di Thomas Pynchon, che risiede la più lucida presa di coscienza del mondo interconnesso di oggi.
Il viaggio proposto è questo, ma sarà necessariamente un itinerario, un cammino possibile, non certo obbligato, come quello che nell’ambito della Rete delle Reti unisce una serie di nodi, e non altri, per una scelta del tutto soggettiva ma spero, non peregrina.
In questo momento, come si spiega il blog se non con l’irrefrenabile bisogno, necessità, forse moda, di ricongelare l’Io in entità ben distinte, puntellare nuovamente l’individuo (in Internet, necessariamente virtuale) e quindi regolamentare , in un certo senso, il tourbillion di pseudo-riferimenti?
Anche “Il libro dell’inquietudine” di Soares(?) è un blog ante-litteram, ma intanto l’autore è già notoriamente un avatar dietro il quale c’è l’arte (di scrivere, di sentire, di vivere ) di Fernando Pessoa e poi, se fosse vissuto nella nostra era consumatrice di emozioni e sensazioni artificiali, siamo davvero sicuri che avrebbe scelto di fare un manifesto virtuale della propria (fittizia nel nome, ma reale perché intensamente vissuta) esperienza umana? Forse no.
La frammentazione psicanalitica della coscienza in una molteplicità di io caratterizza l’opera di Proust e di Joyce; lo sdoppiamento tra la coscienza e il lato oscuro dell’inconscio ispira i romanzi di Conrad; anche il tema novecentesco della metamorfosi da Kafka alla Woolf rimanda all’instabilità dell’io. Ne “La coscienza di Zeno” la conoscenza della teoria freudiana è stata determinante per la sua concezione e per la sua struttura.
Si ripropone il banale paradosso dell’individuo che si sente solo, seppur circondato da una folla di altri individui: “La verità è che ho bisogno degli altri” ammette Bernard, una delle entità individuali nell’opera della Woolf.
800 ► impegno a rappresentare il mondo così come appare agli scrittori
positivismo: inquadrare l’universo sotto rigorose leggi scientifiche, oggettive, universali [fiducia in parametri universali, nel fornire spiegazioni universali al mondo, nell’interpretare i fatti umani].
900 ► continua l’impegno, la problematizzazione del mondo, ma con occhi diversi.
La coscienza restringe il campo al soggetto che guarda e interpreta il mondo. L’interpretazione del mondo è legata alla coscienza dello scrittore.
Individualismo – relativismo.
Accetto critiche A. Non calci nel culo. Magari solo velati consigli di dedicarmi con maggiore impegno all'Ingegneria o alla prostituzione...
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Kafka e il cinema: prova a pensare a tutto il cinema europeo che si sposta negli Stati Uniti nel momento in cui l'aria comincia a diventare irrespirabile.
E si potrebbe continuare: da una parte Fritz Lang e F.W. Murnau (il cui conte Orlock, il non-estinto, è l'opposto del concetto di in-nato o non-nato col quale forma il nucleo binario essenziale della mia logica informale, da "La Messa degli Angeli", romanzo nel quale quella contrapposizione è tematizzata per la prima volta nel confluire del saggio nella forma narrativa, fino all'Autobiografia dell'innato che sto scrivendo) e dall'altra le scenografie, le geometrie terribili di Albert Speer e Joseph Goebbels.
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Amo Fritz Lang ("Metropolis"??)
Scusatemi, debbo staccare un attimo. Loggano la rete, questi froci.
Lavoro un po'. A dopo...
Scusa, A.
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ma sai A che anche G (non il nostro) tempo fa propose l'accostamento Kafka cinema?
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L'Omero-Ford è argomento che m'intrippa. il loro essere "geometrici" architetti di motivi che spariscono e si ripropongono riallacciandosi e intrecciandosi?
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In tema d'associazioni, m'incuriosisce quella Kafka-fotografia. Che ne dite delle foto di Dagmar Hartig?
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Sì, Ry, ma soprattutto Omero e Ford come interpreti di un mito archetipico. Quel che conta, secondo me, è il confronto tra due idee diverse di fondazione, di af-fondamento, di contrada-paese e poi di nazione.
Tutto ciò rivelerebbe soprendentemente relazioni di tipo quasi contrappuntistico coi caratteri metodologici - e, in ultima istanza, anche poetici - delle rispettive narrazioni.
Kafka e il cinema: sono lieto che ne abbia parlato anche Enrico Ghezzi (altro postmodern). In effetti, dal mio punto di vista, la relazione è evidente. Lo è molto meno quella col teatro: ogni volta che si è tentato di adattare Kafka al teatro si è finiti a rifare Beckett. Destino, questo, che a ben guardare era già scritto per gli occhi dei sapienti.
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Io penso che dobbiamo rovesciare tutto, sparecchiare la tavola e dare una bella passata.
Quella roba che sto cercando di scrivere (Ricreazione) non a caso parte con la prosecuzione (potenziale, quindi reale) della metamorfosi di Kafka e da lì s'invola con un tentativo di ricreazione di un senso percettivo che si fonda sulla moltiplicazione dell'individualità in contemporanea alla moltiplicazione della pluralità, in una logica winwin.
Sono consapevole di essere un cazzone, ma sto cercando di disegnare strani frattali tagliando il grano nei campi.
(Troppo famas (per dirla con SM) per essere dadaista. Per questo m'ingalla l'oulipo).
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Beckett è "nipote" di Kafka, comunque, e Kafka è il nonnino di Beckett. Ma l'asciutta lingua, prerogativa essenziale di un certo teatro (ovvero del Teatro), è assolutamente e giustamente proprietà di Beckett.
Ecco perché coi tentativi di teatro-kafka si cade nel beckettiano. Non si potrebbe far altro, vista "la parentela"
Ora dico una cosa, poi magari mi sparate.
"En attendant Godot", certamente più noto (perché più esasperato, forse più coraggioso nell'esasperare/rsi/rci?) è per me il figlioletto minore di "Fando et Lis".
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un Jack Daniels liscio, grazie.
*
un Jack Daniels liscio doppio, grazie
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Io voglio dire una cosa che magari non c'entra nulla con ciò di cui stavate mirabilmente discutendo ma la voglio dire: per me la letteratura è gioco, un bellissimo giocattolo, tipo Lego.
*
Dalla mia caotica scrivania:
" Applicarsi allo studio è certo faticoso, ma se sei un uomo devi vincerti. Altrimenti sei il solito mandolinista italiano, il solito poetastro rompicoglioni, dilettante e presuntuoso"
PIER PAOLO PASOLINI dixit
Gioco? Forse FINTO gioco, o gioco letale.
E' uno strano balocco. Anche perchè i balocchi non hanno mai fatto gridare nessuno. Se lascia indenni è soltanto mero intrattenimento.
*
Diciamo un giocattolo con parti piccole piccole che se accidentalmente ingerite potrebbero portare al soffocamento.
A friend in need's a friend indeed
A friend with weed is better
A friend with breast and all the rest
A friend who's dressed in leather
A friend in need's a friend indeed
A friend who'll tease is better
Our thoughts compressed
Which makes us blessed
And makes for stormy weather
A friend in need's a friend indeed
My Japanese is better
And when she's pressed she will undress
And then she's boxing clever
A friend in need's a friend indeed
A friend who bleeds is better
My friend confessed she passed the test
And we will never sever
Day's dawning, skins crawling
Day's dawning, skins crawling
Day's dawning, skins crawling
Pure morning
Pure morning
Pure morning
A friend in need's a friend indeed
A friend who'll tease is better
Our thoughts compressed
Which makes us blessed
And makes for stormy weather
A friend in need's a friend indeed
A friend who bleeds is better
My friend confessed she passed the test
And we will never sever
Day's dawning, skins crawling
Day's dawning, skins crawling
Day's dawning, skins crawling
Pure morning
Pure morning
Pure morning
A friend in need's a friend indeed
My Japanese is better
And when she's pressed she will undress
And then she's boxing clever
A friend in need's a friend indeed
A friend with weed is better
A friend with breast and all the rest
A friend who's dressed in leather
NO WAY
Here's a token of my open-ness
Of my need to not disappear
How I'm feeling, so revealing to me
I found my mind too clear
I just need someone to be there for.. me
I just want someone to be there for.. me
All the static in my attic-a
Shoots down my sliding door
To the ocean of my platitudes
Longitudes, latitudes, it's so absurd
I just need someone to be there for..
I just want someone to be there for..
Someone to be there for
I'll stop trying to make a difference
I'm not trying to make a difference
I'll stop trying to make a difference
No way
'Cause I'll stop trying to make a difference
I'm not trying to make a difference
I'm not trying to make a difference
No way
Ooh, let's call in an angel
Ooh, let's call in an angel
Ooh, let's call in an angel
'Cause I'll stop trying to make a difference
I'm not trying to make a difference
I'll stop trying to make a difference
No way
'Cause I'll stop trying to make a difference
I'm not trying to make a difference
I'll stop trying to make a difference
No way, no way
Let's call me an angel
Who's calling me an angel?
SPLENDIDE HOTEL Vol II
Questo è dunque il modo in cui Djuna La Bambina ci si mise attorno (oppure)
noi ci entrammo dentro in maniera del tutto innocente, (o casuale) in ogni caso l’albergo (pareva) essere in buone condizioni come se il personale
e i clienti si fossero d’improvviso volatilizzati lasciando le cose
così come avrebbero volute ritrovarle, in (alcune) delle stanze erano valigie aperte e quadri ti seguivano con lo sguardo lungo i corridoi tappezzati di rosso (non esistono) noi mangiavamo nelle stanze e lasciavamo tutto sul letto – le strane funzioni del vetro
e l’anta di quell’armadio che ti tenne le mani per me -
molliche e consonanti e avanzi e c’era un pianoforte nella hall e (c’era)
Paris che la notte piangeva (o tutto il resto piangeva da fuori le finestre) stringendo una fotografia oppure semplicemente
raggomitolata in un angolo (non) voleva essere toccata (non) voleva chiedere perdono (non) voleva diventare una ragnatela sul muro –
interminabili giorni tutti uguali ad entrarci e ad uscirci dal corpo
ad allinearci e ad ansimare la notte a nutrirci gli occhi a voce a eco a silenzio a note piano sussurrate le tue dita sfumavano luccicavano mi sparivano in gola, (come dire)
finalizzati, ci eravamo mostrati nelle nostre piramidali debolezze e per qualche strana ragione, forse colpa di quel vino riserva 1997 o di quella poesia che mi ostinavo a dimenticare dentro Paris ogni volta che facevamo la pace dentro e che poi,
(ovviamente) bisognava qualcuno andasse a riprendere e in ogni caso, (ecco, lo confessiamo) ci volevamo moltiplicare, estendere,
molle muffa che non cresceva ma ristagnava dimenticata, forma di vita primitiva
io e Paris e La Bambina in un quadro in sogno in un delirio –
orchidee molli sul muro, che non è vero poi che orchidea deriva
da orchis che significa testicolo?
il mondo pareva essersi arreso da fuori non veniva nessuno la porta si apriva
ogni tanto da sola per colpa di qualche busta di un gatto non si vedeva bene fuori
- di giorno c’era una gran luce e non scendevamo dal letto –
la notte la notte non si racconta si (metafora uccisa)
noi ciondolavamo fra l’attesa e la curiosità fra i marmi levigati e le tende damascate
stavamo aspettando qualcuno ma non ne parlavamo mai – piuttosto componevamo
minuetti ouvertures promenades lungo i pomeriggi della pigrizia
eravamo stati dannati? Nulla di significante o significativo, qui, in questa
nuova forma di semantica giocavamo a campana con i significati,
nulla è reale oltre ciò che si stende da me nulla
è reale oltre ciò che si stende da me
nulla è reale
oltre ciò che si stende, un minuto o un progresso, o un idea di movimento
aspettiamo natale disse un giorno Djuna La Bambina
come uno spreco come un bambino vissuto nel millecinquecento,
dimenticato, Paris nuova nuvola (s’arrampica) in ogni dove, si semina dice
vuole vedersi fiorire in primavera piedi neri ombra in danza (la classica)
disinvoltura da francese, smaniosa e furba, nella biblioteca o nella sala degli specchi
(la sua) preferita dove un esercito di piccole deliziose dondolanti si sorridono muovendo le braccia come ombrelli che si aprono in una strada del centro al primo scroscio di pioggia – proprio dove Djuna La bambina entrò come una farfalla e si posò
su una sedia e come un velo come una caduta e disse:
- Aspettiamo natale.
- E cosa succede a natale?
- Ti piace il teatro?
- Cosa succede a natale, si aprono i regali?
- Ti sei mai considerato come un’idea?
- Troviamo qualcosa da mettere come Gesù?
- Considera la tua vita finora, quella di cui porti memoria, come una serie d’accadimenti simbolici tesi a esprimere un concetto, mi segui?
- Cosa diavolo succede a natale?
- Tu sei fatto di parole, non esisti nel reale, i tuoi movimenti sono proiezioni d’una mente che ti legge, nel pensiero o a voce, tu sei di carta e inchiostro. Una metafora.
- Ho ucciso la metafora. Tu stai mentendo. Cosa vuoi venirmi a dire, che sono una poesia? Un racconto? Un romanzo?
- Mh mh. Qualcosa di simile.
- E Paris?
- Un contenitore, una scenografia, un palcoscenico.
- Paris.
- Una città.
- Io un libro Paris una città.
- Ti piace il teatro?
- E tu?
- Io cosa?
- Tu cosa sei?
Inclina la testa stringe gli occhi fa una smorfia.
Se ne va via inseguendo un pallone bianco sbucato da un armadio.
Lungo il corridoio.
L’anta dell’armadio sbadiglia.
Lei si ferma d’improvviso e dice.
- Io ho le scale dentro agli occhi. E vi amo come nevica.
- Sporadicamente? Chiese Paris dentro ai miei occhi, dove non c’era nessuna scala, e nessuna risposta.
SPLENDIDE HOTEL
Disse: “Verrà la morte e avrà la sottana di p.j.harvey” e disse: desidererei non essere toccata da essere umano alcuno” e l’albergo adesso non era proprio in un posto che si sarebbe potuto definire la Parigi bene, ma pioveva e la strada era romantica e bagnata come una (metafora soppressa) e c’era una bottega vicino che vendeva il pane dalle due di notte e ci dissero che se n’erano andati tutti, dall’albergo se n’erano andati tutti era arrivata una bambina in un giorno di neve e nell’albergo tremavano, diceva quello che vendeva il latte, - e poi se n’erano andati tutti e infatti la fontana era spenta, muta bocca di pesce che adesso gridava al cielo senza voce, rugginosa, nell’asfalto davanti all’albergo erano cresciuti ciuffi d’erba - i vasi erano sbrecciati e vuoti, una busta di plastica (dovremmo mettere le tue labbra su ogni busta di plastica dei supermercati, diceva) ci dava la schiena raggomitolata in un angolo della porta d’ingresso che aveva una fessura aperta come labbra di una (metafora soppressa) le porte erano leggermente spalancate come in uno stupore sognante e dentro era tutto spento, lì dentro tremavano, e se n’erano andati tutti e Djuna La Bambina, commovente nel suo vestitino a fiori porpora, ci chiamava da dentro. Paris dondolante teneva le braccia aperte come un’esca, le mani della bambina comparvero portandole qualcosa di simile a un grosso libro con la copertina cremisi, senza scritte, - vienilo a sfogliare dentro disse la bambina è un album di foto, a tutti piace guardare le foto –
(e forse vi parlerò del giorno in cui venni toccato dall’angelo, forse vi parlerò della metamorfosi che mi occorse e di come nulla fu più come prima, ma questo è già il futuro e non è ancora il momento dunque, non posso parlarvi del futuro per non spaventarvi)
era un album di foto al contrario, nel senso che gli album di foto sono pieni di momenti felici – matrimoni compleanni vacanze bambini natali maschere, mentre la prima foto che Paris osservò la riprendeva accucciata in terra, solo una bambina con una grossa gonna nera che le si apriva intorno come una chiazza d’ombra, le mani sulla faccia e sugli occhi a coprire un pianto dirotto, la volta che quel ragazzino le aveva dato un calcio in pancia e le aveva sputato mi disse - ma come può averla fatta?
Djuna La Bambina sorrideva ci chiamava da dentro, venite a sedervi sul divano diceva è da scemi rimanersene all’aperto con un freddo del genere e tempo di osservare la fiamma della mia sigaretta e della sigaretta di Paris dondolare eravamo sul divano, sopra ad un tappeto, con un calice di vino in mano, con calde luci rosse soffuse sopra le ciglia - sfogliavamo l’album di fotografia che riprendeva Paris in tutti i suoi momenti di sconforto, di vergogna, tragici, orribili, come una fogna della vergogna che improvvisamente fosse venuta a galla, un fiume sotterraneo che attraversa ognuno e da ognuno è dimenticato, spinto con le mani interne dove l’occhio e il cuore non possano vederli, né ricordarli.
C’era Paris capovolta come un calzino nudo nella hall di quest’albergo abbandonato e io fumavo e pensavo che forse ci saremmo potuti fermare un qui, forse avremmo potuto dare un’occhiata in giro.
In una foto si vedeva la sagoma scura di un uomo che se ne andava ma era tutto buio e non si capiva granché solo che Paris rimase a dondolarci davanti con gli occhi non parlò per due giorni alla fine dei quali entrò con un mazzo di fiori dicendo non mi piacciono i fiori: era mio padre.
Ma questo è già futuro nonostante mentre nell’albergo, lì, accadde.
*
L’origine del mio P.A., o Presepe Apocalittico, che ora spiegherò (si spiega da sé) – è in una condizione di specchio, che riproduce e modifica, come un adattamento, il male deforme che trova il suo spazio lungo la schiena del bene, in una pacifica obbligatoria resa di convivenza.
Ci sono orchidee che crescono sugli alberi senza esserne parassiti, nutrendosi di acqua e aria in maniera indipendente.
Avevo deciso di riprodurre il presepe nella zona del bar, un angolo cupo e rossastro (le luci funzionavano tutte) usando il lungo bancone curvo come una strada che conducesse al messia, la strada dei magi, con i preservativi come cappello. Avevo usato vero muschio per ricreare una dolce pianura attorno alla grotta e, con i riscaldamenti accesi, l’avevo fatto seccare. Lunghe crepe zigzaganti s’allargavano dividendo i vari brandelli di muschio, rendendo l’idea di un panorama in decadenza. La madonna, una barbie bionda in giarrettiera, assisteva il falegname ingannato impersonato dal mio celebre amico K, aspirante sceneggiatore, riprodotto in un calco perfetto, al posto del bue e dell’asinello stavano due angeli fatti con la stagnola e le gocce di cera e sperma (originale) che Paris aveva costruita in un giorno di pioggia, uno con una tromba sottile in mano somigliante a una (metafora uccisa)
Nel nido che Djuna La Bambina mi aveva regalato un vuoto in attesa attendeva la deposizione del messia.
Con la farina avevamo fatto nevicare sopra.
E aspettavamo.
Lettera di natale
Boutique omega coi seni vispi nell valle del tempo, orologio al polso quadrante quadrato, dolce e gabbana e le arance di sicilia chiusi in una piega del collo – luce naturale chanel numero cinque cloni di andy wharol copertina: ecco cosa: luce naturale: primo piano in bianco e nero ragazza algida e che sprofondi nella carta come sangue – very irrestible, credi a me, con l’età e le carenze ormonali la vostra pelle recupera più lentamente, (rigenerazione absolue) trattamento rigenerante per viso collo decolleté, come se aggiungeste nuove ore alle voste notti, absolut nuit, un secolo fa i fratelli wright spiccavano il volo, le foto sono in mostra all’hangar 7 – mia sorella che da grande vuole diventare come hillary, o come condoleeza, a singapore preparano un viagra naturale che consiste nel mangiare il pene di alcuni animali, il pene del coniglio per esempio funziona meglio del pene del coccodrillo, in tutto il mondo nascono gruppi di uomini arrabbiati e coalizzati, una lei dirigente unisce il peggio dei due sessi, è falsa e meschina, “le femmine sono per natura caotiche e poco inclini al comando, per le loro caratteristiche biologiche, non possono affrontare il rischio” una società femminile, avremo bisogno di questo?
Al polo ci sono problemi di cibo e grossi stormi d’uccelli si alzano a coprire la peluria di alcune montagne sullo sfondo, decine di persone vengono colte da isteria artica dovuta, si dice, alla bellezza dei luoghi mentre al Nordpol Hotellet una luce bianca fa sciogliere della neve dallo spiovente in alto a destra, leoni marini sulla banchina in attesa, una rivista in un barbiere di rue muguet, a parigi, che mostra una ragazza svedese con i gomiti appoggiati a una balaustra, i lungi capelli come corde d’arpa nel vento, non è tutto uno splendido stupito teatro non è tutto un’ ignara adorabile consenziente scenografia?
Il trope-l’oeil più grande del mondo si trova a lione.
Pasquino, un nobile romano attorno all’anno mille e cento scriveva quartine contro il papa sui muri di roma.
In un altopiano etiope, vicino al lago Tana, sulla parete della chiesa di Narga Selassie, la madonna salva il cannibale belai, pentitosi dopo aver divorato 72 persone, così la parola divina è tradotta per il popolo, qui si dice sia nascosta ancora l’arca, il piacere può essere naturale o socialmente indotto, ne discutevano due professori Christian Boiron e Mark Bekoff, in un albergo di berlino, in natura, dicevano, il piacere deve essere passeggiero, e poi tutti i cuochi e le ragazze scalze in punta di piedi, perchè così tutti docili e al tempo stesso intrattabili?
Sento l’assenza di un qualcosa che appaghi, una crema fluida per il corpo, una cucina con una scala rientrabile, entrare dal vinatage e uscire dal vintage, italian style, anche banana yoshimoto scrive un libro di ricette in italiano anche toccafondi, e le cappesante, ci aspetta un inverno country, si consiglia un discreto argento, impatto delicato per un trucco iridescente, in trentino la combustione dell’ossigeno produce fuoco, candele aromatiche per il christmas party, stick d’incenso e aromi speciali, indiani o africani, voglio un trendy christmas, un happy hour, ruoli trasparenti, design da sommelier, cristallo e vetro soffiato, true kalvin klein man, o Dior, Chris 47 steel and diamonds
infinitamente vostra
INTERROGATIVO
Che fine ha fatto il fischio che accompagnava in sottofondo la telecronaca di ogni intercontinentale degna di tal nome?
COMUNICAZIONE UFFICIALE
I diritti d'autore, se mai ci saranno, per i racconti UNA VERTIGINE, FORMALDEIDE, e LO STRANO CASO DEL SIGNOR A passano di diritto ad AlessandroCinelli che li ha acquistati dal sottoscritto.
La speranza è che paghino l'università alle bimbe.
A
lei, ora nere ora a righe orizzontali colorate, e non (ci) riusciva
di scendere dal tavolo, (o meglio) se anche scendevamo dal tavolo
c’era il muro e noi ci siamo sempre sentiti un quadro, insomma,
quando eravamo (incastrati) ci guardavamo a lungo (e pensavamo):
forse siamo nati così, qualcuno ci ha separato per sbaglio
sparato per sbaglio, (o per sbaglio) siamo spariti, spuntati come erba
nelle fessure (del marmo) della città, e nel corridoio c’era uno specchio
che ci duplicava mentre decidevamo che quadro dovevamo essere
non riuscendo ad accordarci nemmeno sul pittore, troppo oro in klimt
troppe mani rattrappite in toulouse loutrec, che non ci donavano,
e (comunque) è eccitante,
(hai detto) lo sguardo di lei, (nello specchio) e anch’io lo trovavo eccitante,
lo sguardo di lei, era lo sguardo di lui che mi metteva a disagio
e poi finimmo sul pianoforte e io riuscivo (a fare le scale) finché d’improvviso
divenni tu (un piano più sensibile) e le mie mani accordavano i do fra le tue gambe
e la tua lingua era un metronomo così dicemmo (o lo pensammo?):
questa è un overture
ma non possiamo continuare così
(il tipo nello specchio chiedevi)
tu annuivi e poi ridevi e poi non so
(avrà un odore?)
Mi confondevi (in ogni caso) e nelle tende ti chiedevo scusa
e nella notte (fissavamo) le corone del buio e la luce
a formare stalattiti gocciolanti e poi cademmo nell’acquario
non il segno zodiacale, (no) cademmo dentro l’acquario
coi pesci tropicali di quelli che al ristorante cinese
fissi con una mano sul mento io mi sentivo tranquillo
poiché so che tu parli sedici tipi di silenzi diversi
compreso l’inglese e dentro l’acqua cominciai
a seguirti dondolando e muovendo i piedi cercavo
i tuoi di piedi poi ti sei nascosta in una grotta io
ebbi una discussione con un pesce nero con una banda rossa,
(sulla divisa) ci guardavamo male, male e basta finché
il pianto venne a bussarmi sulla spalla dicendo: siamo le lacrime
avresti una guancia per noi?
Tutto era dischiuso, in quel momento, (come spiegarti)
le cose si aprivono e alla fine delle strade aperte
nessun funerale ma solo una specie di cappio,
e io e te nel mezzo, di nuovo nell’incastro, di nuovo
nel disastro fissandoci negli occhi e pensando:
cose che non hanno suono.
Andarono più o meno così (le cose o rose), finché
tu cominciasti a desiderare veramente di entrare
nell’acquario ma io non sapevo i nomi delle stelle
che componevano la costellazione così optammo (inizialmente)
per un piumone, scivolando su un tappeto e ritrovandoci
tu (di spalle) io (sulle tue spalle) che ti facevo un bidet
e tu sorridevi o sorrideva quella nello specchio che
(comunque) mi piace molto e alla fine qualcuno
ci intimò di superare le noste distanze, comunque,
uniti sempre non si poteva stare (ecco il problema)
avevo un dolore che masticavo da anni (anche tu)
e non mi riusciva di passartelo come riesco con
l’acqua (del supermercato non dell’acquario) e la strada
e il freddo e quella cosa luminosa che si chiamava
natale apriva sorrisi di lumi fra balcone e balcone,
le persone con i guanti, i caffè coi vetri appannati,
io che attraverso la strada in diagonale e ti aspetto
con le braccia aperte come una parentesi, questa
(
e dentro alla parentesi il miracolo
di essere riusciti a scendere da casa
era vero e solenne
e così chiudemmo la parentesi, in questo modo:
)
ci guardammo intorno e djuna la bambina
era lì sotto all’insegna che recitava: via dulcis:
“Venite con me?”
“Per andare dove?”
Sbuffò sdegnata.
“Per tornare dove, avresti dovuto dire,
vedi che fai sempre domande stupide?”
SCHAKLETER & PARIS LITERARY COMPANY MMIII - vol. II
Fu così che ci ricongiungemmo (o almeno) ci parve d’esserci
schiusi come un’unica primavera, insieme e in boccio
quel tragico regno mattutino dove ti sorpresi
di nuovo in lacrime sconvolta dall’esserti scoperta
inesistente o qualcuno lo fece per te
qualcuno entrò sulla scena del delitto (con dei fiori al sapore) di dio
in mano e lo fece: disse: voi non esistete
cinepresa: (lato sinistro)
cinque scalini il portico la luce gialla sui muri a sinistra la strada nastro nero bagnato a destra
portone citofono targhe d’argento scooter campana per la spazzatura verde speranza
ragazza la guardo mi guarda ritorna a seguire la sua miracolosa scena nascosta in basso davanti ai piedi lei (evidentemente) o forse
bottega dell’arte - manifesto della marijuana parade - negozio che vende telefonate a poco prezzo con indiani appoggiati al bancone dentro - caviglie precise e nette come una doccia - venditore greco di kebab - sagomate allucinazioni di piscio esplose e collose alla base lebbrosa di ogni colonna - altarino alla madonna con gerbere con gli occhi come la ragazza – altro indiano venditore di rose (l’assassino)
una voce fuori campo: il 13 (un autobus) ci salverà
stop
se accendi gli occhi e guardi tutto sei dio se
riesci ad applicarlo come una preghiera e a ricordarlo
sei Shekleter che cammina ubriaco dondolando
con una bottiglia di vino cinese in mano (3 euro) che osserva
due ragazzi seduti su un divano in mezzo alla strada
un altro con un cappotto nero fino ai piedi che ordina
vino rosso urlando in un cassonetto della spazzatura
“esigo il servizio in camera hai capito cinese?”
(ridono tutti)
qui ci hanno girato un film qui
paris-da bare mi sembra qui
ti chiedono cento centesimi e le cose non dormono mai
Paris come una folata di vento si scortica le braccia
lungo i muri arancione lei deve tenere una parte coperta
la mostra dei suoi elementi le nuvole che porta al collo
l’odio con gambe di bambina che gioca ca ampana
sui suoi indumenti strappati - una mattina dicembre
l’ho trovata nuda sul letto – raggomitolata e voltata -
una mattina le ho trovate poiché uno specchio
ne mostrava due voltate e raggomitolate
come un feto le ginocchia sul mento le mani sul petto
nessuno può entrare in un cerchio perfetto
poi presi a fumare d’infilata come per togliermi da un impaccio
fumavo e seguitavo a gesticolar e nel fumo questi ricami, queste piroette
se vogliamo presero il nome di discorsi di Parigi poiché
dovevamo distinguere il superfluo dal plumbeo e così
mi dichiarai pleonasta e iconoclasta
lo autografai su un suo piede nudo con la lingua, eravamo sofisticati